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Ilva, Di Ciaula (Isde) su dl: “Insufficienti garanzie di tutela sanitaria”

Ilva, Di Ciaula (Isde) su decreto legge:

“Insufficiente per ristabilire minime garanzie di tutela sanitaria”

Inchiostro Verde, 25 giugno 2013

TARANTO – Ieri, la commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha ascoltato anche il dottor Agostino Di Ciaula (Associazione Medici per l’Ambiente). Riportiamo di seguito il testo integrale del suo dettagliato e interessante intervento.

 

Ringrazio il Presidente e gli onorevoli deputati, perché mi consentono di poter rappresentare il punto di vista di un medico della “International Society of Doctors for Environment”, una società scientifica internazionale da anni impegnata nello studio dei rapporti tra ambiente e salute umana e nell’affermazione dell’importanza della prevenzione primaria. Spesso, pensando ai tumori, si considera la possibilità di diagnosi precoce un’arma vincente. In realtà, si è veramente vincenti se si agisce a monte, non solo cercando di limitare i danni di malattie già insorte ma impedendo che queste insorgano, evitando l’esposizione alle sostanze che le provocano.
 
La prevenzione primaria è solo in parte compito dei medici, che possono al massimo svolgere un ruolo di sostegno informativo basato sulle evidenze scientifiche. La prevenzione primaria è uno dei compiti della politica. È per questo che ho accolto con grande piacere l’invito ad essere presente qui oggi. Nel disegno di legge all’esame di questa Commissione è evidente la volontà del Governo da un lato di “tutelare l’ambiente e la qualità della vita”, dall’altro di “evitare gravi danni all’economia nazionale”, prevedendo un percorso di risanamento ambientale contemporaneo ad una prosecuzione dell’attività produttiva di ILVA. Il Governo intende raggiungere questi obiettivi mediante l’applicazione della revisione dell’AIA rilasciata nello scorso ottobre dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Con questo percorso si prevede di completare il risanamento nel prossimo triennio.
 
Dal punto di vista medico è opportuno porsi in particolare due domande:
- la prosecuzione dell’attività produttiva di ILVA nel prossimo triennio è veramente COMPATIBILE con l’esistenza di condizioni che possano definirsi “accettabili” di salubrità ambientale e di salute dei cittadini?
- quando il percorso di applicazione dell’AIA sarà terminato (nel 2016), questo garantirà davvero ai residenti nell’area di Taranto salubrità del territorio e un livello di sicurezza sanitaria almeno simile a quello di altre zone d’Italia considerate “non a rischio”?
 
La prima pubblicazione scientifica che dimostrava la contaminazione da microinquinanti dei mitili di Taranto risale all’anno 2000 [1]. L’ultima è stata pubblicata pochi giorni fa [2]. La compromissione della catena alimentare ha continuato ad essere ben documentata per tredici anni successivi [3-12] ed ha causato iniziative di sequestro di aree agricole, mitili e capi di bestiame. Poi sono comparse, chiare e inequivocabili, le evidenze epidemiologiche ormai note a tutti, soprattutto grazie alle rilevazioni dell’ISS, che ha certificato l’area di Taranto come insalubre e ad elevato rischio sanitario [3513-19].
 
I tre periti del GIP Todisco hanno accertato trenta morti in più all’anno attribuibili all’ILVA. Gli ultimi dati ISTAT (database “Health for All”) mostrano chiaramente che in Italia l’attesa di vita è ovunque in ascesa o in alcune situazioni ha raggiunto livelli che si mantengono costanti. I residenti nella Provincia di Taranto rappresentano l’unico caso, a livello nazionale, in cui l’attesa di vita dal 2006 ha invece subito una preoccupante inversione di tendenza, con una perdita nel 2009 di circa 2 anni di vita attesa per gli uomini, e di poco più di un anno per le donne.
 
Oltre ad un aumentato rischio di mortalità per tumori maligni e per patologie non neoplastiche in età adulta [3513-19], i dati epidemiologici hanno dimostrato un aumentato rischio di mortalità entro il primo anno di vita e di tumori maligni in età pediatrica, superiore alla media regionale e nazionale [13]. Questo accade perché molti degli inquinanti emessi dall’ILVA (soprattutto metalli pesanti e composti organici clorurati come diossine e PCB), oltre ad entrare nella catena alimentare sono in grado di superare la barriera placentare e di causare danni già in epoca fetale [20-22].
 
Gli inquinanti emessi dall’ILVA causano, tra gli altri effetti, danno epigenetico [23-28], un’alterazione che induce difetti dell’espressione del DNA anche in assenza di modifiche della sequenza dei geni. È stato dimostrato che questo danno è alla base di una vera e propria “riprogrammazione” fetale patologica [28], in grado di determinare l’insorgenza di malattie di varia natura in età adulta. Altra conseguenza tipica del danno epigenetico è che, quando sono interessate le cellule germinali del feto, le conseguenze sanitarie si rendono visibili e misurabili a distanza di due generazioni dal momento dell’esposizione di donne in gravidanza [29]. I neonati, inoltre, oltre che per esposizione diretta, subiscono il passaggio di diossine e altri inquinanti tossici attraverso il latte materno [3], continuando ad accumularli dopo la prima contaminazione subita già in utero.
 
A questo proposito, uno studio pubblicato pochi mesi fa su una rivista scientifica internazionale ha dimostrato la presenza di diossine nel latte materno delle donne di Taranto, con valori sino a 40 volte superiori a quelli considerati “tollerabili” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità [3]. Se ILVA dovesse cessare in questo preciso momento la sua produzione, i danni provocati sino ad oggi genererebbero dunque patologie almeno nelle prossime due generazioni di tarantini.
 
Considerate le informazioni che l’epigenetica, la fisiopatologia e l’epidemiologia ci mettono a disposizione, è possibile affermare che dal 2000 ad oggi sono passati circa 13 anni di malattie e morti evitabili in tutte le fasce di età, compresa quella prenatale. Nella situazione attuale il rispetto dell’AIA non può essere evocato come garanzia di sicurezza per il numero di violazioni delle prescrizioni certificato da ISPRA, per l’incertezza sull’effettiva durata dei tempi di applicazione, per i gravi dubbi (che elencherò in seguito) sulla sua reale efficacia e, non ultimo, per l’assenza, ricordata dalla stessa ISPRA in occasione della sua recente audizione in questa Commissione, di un regolamento organico per l’accertamento, la notifica e la contestazione delle violazioni dell’AIA da parte dell’organo a questo deputato per legge.
 
Nonostante tutto, questo ulteriore triennio di esposizione a sostanze inquinanti potrebbe persino essere tollerato, se al termine almeno servisse ad affrancare definitivamente e completamente l’area di Taranto dal suo passato. A questo proposito è dunque opportuno cercare di rispondere alla seconda domanda: applicando l’AIA nel migliore dei modi possibili, che cosa cambierà in termini di salubrità dell’ambiente e di rischio sanitario? Il pieno rispetto dell’AIA concederà all’ILVA l’emissione di 0,1ng di diossine per ogni m3 di fumi emessi. Questo limite arriva a raddoppiarsi e triplicarsi (0,2– 0.3 ng/Nm3) nel caso degli impianti di agglomerazione e sinterizzazione, quelli maggiormente problematici, che sono così autorizzati ad emettere sino al TRIPLOdella concentrazione di diossine attualmente concessa ad altri settori della stessa ILVA o ad altri impianti inquinanti tipo cementifici o inceneritori.
 
A differenza degli inquinanti gassosi, le diossine, i PCB e i metalli pesanti sono sostanze tossiche PERSISTENTI nell’ambiente, in quanto non sono biodegradabili [30,31]. Si accumulano (anche oltre il secolo) nei terreni, nei prodotti agricoli, nelle carni, nel latte animale e umano e in ogni altro tessuto biologico [32]. Ogni m3 di fumi che verrà fuori dai camini ILVA conterrà dunque, nella più ottimistica delle ipotesi, una concentrazione variabile da 0,1 a 0.3 ng di diossine. Se si considera che ogni camino può produrre sino a 500.000 m3all’ora di fumi, un calcolo approssimativo permette di affermare che ogni ora, da ogni camino dell’ILVA, saranno emessi da 10.000 a 150.000 ng di diossine, nonostante il pieno rispetto delle regole dell’AIA.
 
Ma a parte le considerazioni sino ad ora esposte, alla domanda sulla reale efficacia e utilità dell’applicazione dell’AIA ha risposto, anche se parzialmente, una recente e interessante analisi ufficiale prodotta da ARPA Puglia, il “primo rapporto sulla valutazione del danno sanitario”. In questo studio statistico-epidemiologico, che è possibile scaricare dalla pagina web del garante AIA, si confrontano le emissioni e i danni ambientali e sanitari contestualizzati al 2010, con quelli che si avranno quando l’applicazione dell’AIA sarà conclusa, nel 2016.
 
Secondo il Registro Europeo delle Emissioni Inquinanti [http://prtr.ec.europa.eu], l’ammontare delle emissioni di diossine prodotte dall’insieme di TUTTI i settori produttivi nel nostro Paese è stato nel 2011 (ultimo dato disponibile) pari a 44.3g. Secondo l’analisi di ARPA Puglia, dopo l’applicazione dell’AIA, nel 2016, l’ILVA di Taranto emetterà 22.1 g/anno di diossine, un quantitativo pari dunque a circa la metà dell’intera produzione nazionale di questi inquinanti. L’Environmental Protection Agency ha recentemente rivisto al ribasso la quantità tollerabile giornaliera di diossina, portandola a 0.0007ng/Kg/die [33]. Questo significa che 22.1 g/anno è la quantità annua massima tollerabile di diossine per oltre un miliardo di persone del peso di 70 kg.
 
La produzione di benzo(a)pirene, altro potente cancerogeno delle cui emissioni la Puglia ha da anni il primato nazionale proprio a causa di ILVA, si ridurrà dopo l’applicazione dell’AIA solo del 9%, passando da 76 a 69 Kg/anno. Rimarranno sostanzialmente invariate (con riduzioni inferiori al 6%) le emissioni convogliate di metalli pesanti cancerogeni e neurotossici come cadmio e piombo. Le emissioni di cromo esavalente e di benzene, altri noti agenti cancerogeni, dopo l’applicazione dell’AIA addirittura aumenteranno del 15%. Nel caso del benzene e dei PCB nel 2016, dopo l’applicazione dell’AIA, ci sarà secondo ARPA addirittura un “incremento di concentrazione al suolo”.
 
Secondo le stime dell’Agenzia Regionale, in questo momento rischia di avere un tumore, considerando la sola INALAZIONE degli inquinanti, una popolazione di 22.500 residenti. Dopo l’AIA correranno questo rischio 12.000 residenti.Dunque, almeno 12.000 RESIDENTI continueranno ad essere sottoposti a rischio elevato di tumore maligno a causa dell’inquinamento industriale prodotto da ILVA.Il termine “almeno” è giustificato dalla considerazione che questa previsione di ARPA sulle conseguenze sanitarie è solo parziale e il dato sul rischio è fortemente sottostimato. L’analisi, infatti, prende in considerazione i rischi tumorali legati alla sola INALAZIONE di sostanze inquinanti, escludendo completamente le altre vie di assunzione delle sostanze tossiche emesse dall’ILVA.
 
La capacità di danno biologico di molti degli inquinanti emessi dall’ILVA, infatti (in particolare diossine, PCB, metalli pesanti) si esplica prevalentemente non per inalazione ma per INGESTIONE di alimenti contaminati e persino per contatto cutaneo. Uno studio condotto dall’ISS [34] ha indicato che la quantità giornaliera di diossina assunta dai bambini di Taranto per INALAZIONE è compresa tra 13 e 21 fg-TE/giorno/Kg peso corporeo. La quantità dello stesso inquinante assunto per INGESTIONE è pari a circa 57 fg/TE/giorno/Kg peso corporeo, dunque circa 2,5 volte superiore a quella assunta per inalazione, con effetto addizionale nei confronti di quest’ultima.
 
Il rapporto ARPA, inoltre, calcola i rischi che quelle concentrazioni di inquinanti causano in soggetti adulti di peso medio. Non considera che a parità di concentrazioni il rischio è decine di volte più alto per i feti e per i bambini, perché questi hanno una superficie corporea di molto inferiore a quella degli adulti, e perché sono organismi in fase di sviluppo biologico. Questo meccanismo è stato sino ad ora alla base dell’incremento epidemiologico di malformazioni congenite e di neoplasie in età pediatrica osservato in quell’area.
 
È inoltre utile ricordare che la quantità di inquinanti emessi da ILVA è e sarà, anche dopo l’applicazione dell’AIA, direttamente proporzionale alla sua capacità produttiva. Più acciaio si produce, più inquinanti vengono emessi in atmosfera. È questo il motivo per il quale, ad esempio, il Direttore Generale di ARPA Puglia, Prof. Assennato, ha ritenuto proporre, a margine del suo rapporto, una riduzione della produzione programmata di acciaio finalizzata a rendere l’attività di ILVA e le sue emissioni compatibili con una possibile sicurezza sanitaria da lui definita “accettabile”. Ammesso che questo sia ottenibile, è almeno ipotizzabile chei proprietari di ILVA, una volta tornati nel pieno possesso dell’azienda, possano non rinunciare ai profitti derivanti da possibili aumenti di produzione.
 
Il disegno di legge del Governo vorrebbe garantire un compromesso definito “accettabile” tra esigenze produttive e tutela sanitaria dei residenti. In base alle premesse fatte, con grande rispetto faccio presente che questo comporta anche, letto con gli occhi di un medico, l’onere di definire esattamente cosa si intenda per condizioni epidemiologiche “accettabili” e quale sia il livello produttivo utile a garantire tali condizioni,perché queste indicazioni non si trovano nel decreto di AIA, non si trovano nel disegno di legge all’esame di questa Commissione né nella valutazione di danno sanitario elaborata da ARPA Puglia. Da questo punto di vista, questo disegno di legge rende comunque di fatto la salute dei tarantini un bene negoziabile.
 
Nessuno chiede il raggiungimento di un utopico “livello zero” di rischio, ma che almeno si raggiunga nell’area di Taranto un livello di sicurezza simile a quello di altre zone d’Italia ritenute “non a rischio”, anche in considerazione dell’evidenza che gran parte degli inquinanti emessi dall’ILVA non hanno un “livello soglia” al di sotto del quale non causino danni misurabili sulla salute umana, e che numerosi altri impianti altamente inquinanti sono presenti nell’area.
 
In conclusione, la proposta di legge del Governo è certamente valida se si considera il suo proposito generale di commissariamento per consentire il risanamento di aziende che non rispettino le garanzie prescritte dai decreti AIA. Concordo tuttavia con l’affermazione di ISPRA sulla “unicità” in ambito ambientale nazionale dell’ILVA di Taranto. Il caso di Taranto non è assimilabile a nessun altro a livello nazionale e non può rientrare in quel proposito generale. Il caso Taranto è reso particolare dal suo passato, dal suo presente e dal suo possibile futuro. Per questo, in base alle considerazioni espresse, dal punto di vista etico prima ancora che medico, questo disegno di legge non può nella sua forma attuale essere sufficiente a ristabilire le minime garanzie di tutela sanitaria della popolazione e il pieno rispetto degli articoli 32 e 41 della nostra Costituzione, che devono essere validi per i tarantini come lo sono per tutti gli altri Italiani.
 

Bibliografia (vai al testo originale linkato in premessa)

 

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Galeso, fiume di breve corso del territorio di Taranto.

Wikipedia

"E se il destino avverso mi terrà lontano, allora cercherò le dolci acque del Galeso caro alle pecore avvolte nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì furono di Falanto lo Spartano. Quell'angolo di mondo più d'ogni altro m’allieta, là dove i mieli a gara con quelli del monte Imetto fanno e le olive quelle della virente Venafro eguagliano; dove Giove primavere regala, lunghe, e tiepidi inverni, e dove Aulone, caro pure a Bacco che tutto feconda, il liquor d'uva dei vitigni di Falerno non invidia affatto. Quel luogo e le liete colline Te chiedono accanto a Me; dove tu lacrime spargerai, come l'affetto tuo esige nei confronti miei, sulla cenere ancora calda dell'amico tuo poeta."

Unde si Parcae prohibent iniquae, dulce pellitis ovibus Galaesi flumen et regnata petam Laconi rura Phalantho. Ille terrarum mihi praeter omnes angulus ridet, ubi non Hymetto mella decedunt viridique certat baca Venafro; ver ubi longum tepidasque praebet Iuppiter brumas et amicus Aulon fertili Baccho minimum Falernis invidet uvis. Ille te mecum locus et beatae postulant arces; ibi tu calentem debita sparges lacrima favillam vatis amici.

(Mediazione linguistica di Enrico Vetrò, da: Galesonovecento metri di mito, Taranto, marzo 2005, a cura dello stesso autore).

 

 

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