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Dintorni d'Egitto. Mondi contrapposti e fondamentalismo minoritario

Dintorni d'Egitto. Mondi contrapposti e fondamentalismo minoritario

 

 

Assistiamo negli immediati e lontani dintorni dell’Est e del Centro del Mediterraneo ad una serie di svolte inaspettate e dagli sviluppi non prevedibili. Questa stagione di cambiamenti nel mondo arabo dimostra che quando sembra che il peggio deve venire succede il contrario. Qui siamo all'opposto.

In Egitto tutto sembrava filare per il verso giusto: gli americani che condonano il debito (in cambio di cosa?), nazioni che promettono montagne di soldi (in cambio di cosa?), il nuovo premier Mohamed Morsi che sopravvive ai tranelli dello SCAF - Supreme Council of the Armed Forces. Ma poi arriva un’improvvisa sbandata, in seguito alla diffusione di un filmato visceralmente contro che pare il frutto di uno squilibrato, e sembra di essere nuovamente daccapo.

Questo episodio è un altro test importante per i primi passi della nuova democrazia in Egitto.

 

Finora Morsi non si era ancora apertamente trovato coinvolto in una crisi internazionale in cui fosse forzatamente costretto ad uscire allo scoperto. Fin quando discorsi e diplomazia interni ed internazionali erano paralleli li ha saputi gestire egregiamente. Ma stavolta si sono incrociati ed il risultato è stato, non sorprendentemente, poco convincente.

La strategia di barcamenarsi tra una retorica interna che infiammi le aspettative dei suoi sostenitori anche radicali, senza intralciare il discorso democratico con gli occidentali, e quindi garantire i loro investimenti, non lo ha fatto apparire particolarmente brillante.

Al contrario, è stato un passo indietro. Forse Morsi non ha (ancora) irritato le aspettative interne ma di certo non ha convinto chi da lui si aspettava una chiara presa di posizione. In particolare da parte dell'amministrazione Obama che non può che nutrire enormi aspettative, assieme ad Israele, sulla carta della rivoluzione araba e sull'Egitto. Quelle montagne di soldi prestati potrebbero servire per batter cassa ai prossimi appuntamenti elettorali, e non solo.


Il grande contesto in cui leggere gli eventi di questi giorni è quello della distanza culturale e religiosa che resiste tra “occidentali” e "musulmani”. La rivoluzione d’Egitto non ha certamente scalfito il quadro e gli squilibri, riguardando ad un passato che potrebbe rimanere arbitro e giudice, assieme alla necessità di intravvedere la direzione verso cui incamminarsi.

Gli occidentali, o perlomeno la minoranza, anche religiosa, che vive in Egitto, parla di libertà di espressione, a volte in modo generico e in forte contraddizione, mentre la maggioranza islamica usa un linguaggio diverso, spesso incompatibile. Eppure, in quanto al significato della parola “libertà”, il mondo occidentale ha poco da insegnare, ancora molto da imparare. La libertà può così sconfinare nell’abuso e nella violenza, mentre la minoranza la subisce come intransigenza religiosa.


È un tentativo di confronto - fors'anche dialogo - zeppo di retaggi secolari, di vecchi luoghi comuni, di equivoci che diventano reali in un dialogo tra sordi. Abuso che diventa reciproco, e perfino giustificabile, della parola “libertà”. Di questo si tratta. E cosi, chi grida di più sembra aver più ragione, e un certo tipo di media è sempre spregiudicatamente pronto a mettere gli uni - maggioranza - contro gli altri – minoranza - davanti a microfoni e lenti d’ingrandimento. Quando il sangue scorre attrae o respinge, morbosamente, sia gli uni che gli altri.

Il mondo occidentale è molto suscettibile ed allo stesso tempo “ipnotizzato” dall'idea di uno scontro di culture e religioni. Da una parte lo teme, dall’altra sembra volerlo, non mancando di guardare l’altro, da troppi secoli, dall’alto in basso. In base a quale storia, a quali diritti, doveri e “prerequisiti”?


In fondo queste proteste, che appaiono allo spettatore occidentale come frutto di esasperazione che cova incrostata dal tempo e dalla storia, chi e quale visione di futuro rappresenta veramente? Da una parte, il mondo arabo si sente ancora minacciato dalle forze militari e culturali occidentali ed allo stesso tempo non può liberare il proprio complesso di superiorità religiosa e morale.

L’informazione che tutto ciò produce (ma chi la produce?), vende. Ed allora i primi piani, le foto e le riprese televisive costruiscono l'immagine di un mondo arabo in fiamme che rinvigorisce la protesta (solo) dei suoi facinorosi, confermando nel distaccato immaginario percezioni di paura da una parte, alienazione dall'altra. Intanto le distanze, che già separavano, aumentano e sembra debbano continuare a erigere muri per svendere alla rapace globalizzazione, in qualsiasi forma si manifesti, cultura, storia, valori, tradizioni e materie prime.

 

 

Di fatto, la realtà non è cosi. Alcune migliaia di fanatici non rappresentano la maggioranza della popolazione, che questi scontri non li vuole. La maggioranza teme questa spirale autodistruttiva come minaccia al bene delle proprie famiglie e delle future generazioni, di qua o di là dal Mediterraneo. Ma chi non urla non fa notizia.

Nel caso specifico, il mondo occidentale si è trovato ad inciampare in un dibattito interno, tra intransigenza copta ed intransigenza araba.

È possibile starne fuori? La realtà di questi giorni dimostra che più ci si fa coinvolgere, più ci si può trovare impreparati e magari travolti. Forse si è dato fiducia in maniera troppo affrettata, si è ritenuto che, una volta fatti gli accordi su soldi e armi, il resto venisse da sé.


La realtà sembra nuovamente ricordare che investire sul confronto, sul dialogo e sugli obiettivi, in tutte le sue espressioni di mediazione culturale e religiosa, senza più strumentali guerre di religione, non è un investimento a breve termine ma il percorso che precede ed inevitabilmente sostiene tutti gli altri rapporti.

Nelle logiche economico-finanziarie attuali questi investimenti sembrano, però, non contare nulla. Ma queste sono, invece, le radici invisibili, di fatto le uniche, capaci di dare solidità a questo processo di trasformazione che non è solo del mondo arabo ma anche del rapporto complesso e antico tra Occidente e Islam.


Parlare di rispetto, di educazione al dialogo, anche quello interreligioso, e degli strumenti che lo rendono possibile, da parte dei mass media in primis, non è un investimento a perdere ma il paziente processo di ciò che potrà venire e dare frutto, non solo di natura economica e finanziaria.

Questo mondo della globalità azzerante non è più sostenibile in una percezione di una realtà di sterili contrapposizioni tra "normali" e "diversi." Viviamo in un grande "Noi" dove siamo oramai parte del mondo islamico come il mondo islamico è parte del nostro. Queste vecchie linee di demarcazione non proteggono più nessuno, ed il lavoro di uno sconsiderato che ha prodotto un film indecente e ne ha diffuso il trailer su YouTube è stato sufficiente per far inciampare nuovamente il mondo intero...

A scanso di equivoci.


Redazione Ecce Terra

Trento, 15 settembre 2012

 

 


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