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Giugno 2012: dramma e democrazia in Egitto

Giugno 2012: dramma e democrazia in Egitto

 

Intervista

L’economista Samir Amin spiega

le ragioni del successo della Fratellanza

«Una farsa democratica, voti in cambio di favori»

il manifesto, 26 giugno 2012

 

Dal Cairo una testimonianza sulla situazione in Egitto, prima e durante la vittoria di Mohamed Morsi, e sulle sue possibili evoluzioni verso un futuro forse più democratico e meno caldo.

Redazione Ecce Terra

Trento, 26 giugno 2012


L’esito finale delle elezioni presidenziali è stato dato sabato 23 giugno ma già dal 17 entrambi i candidati si erano dichiarati vincitori. Prima del voto, moltissimi intervistati si erano detti insoddisfatti davanti ai possibili scenari. Da una parte, Ahmed Shafiq, che ha raccolto il voto delle minoranze e di molti musulmani moderati, era troppo vicino agli interessi del precedente governo di Mubarak, dell’esercito e contro la “rivoluzione”. Dall’altra Mohamed Morsi, dei Fratelli Musulmani, è stato accusato di essere troppo vicino agli integralisti religiosi, contro la parte laica e le minoranze del paese. Il suo voto è stato garantito da un gruppo di sostenitori fedeli, organizzati e motivati che hanno inflitto perdite pesanti ai vecchi sostenitori di Mubarak.

La vittoria di Mohamed Morsi era comunque pronosticabile. È doveroso sottolineare però che il suo margine di vittoria è stato minimo (51,8%). In poco più di sei mesi, il suo bacino elettorale si è ridotto di circa il 20%. Anche l’affluenza alle urne si è ulteriormente ridotta (40% rispetto al 59%); è il segno di una grande incertezza e disaffezione diffusa tra la gente, apparentemente rassegnata ai tipici giochi di potere del passato.


Comunque, anche se vittorioso, il partito dei Fratelli Musulmani (FJP – Partito della Libertà e della Giustizia) ha poco da festeggiare. La Suprema Corte Costituzionale ha invalidato l’elezione di un terzo del parlamento pochi giorni prima di questa vittoria.

Quali le conseguenze? L’elezione presidenziale che nel percorso di “ricostruzione” dell’Egitto post-Mubarak doveva essere l’ultimo tassello per l’avvio di un nuovo governo, di fatto è un ritorno al punto di partenza, un passo indietro al 25 gennaio 2011, anniversario dell’inizio della Primavera Egiziana.

Il nuovo presidente è presidente di un paese senza costituzione e senza parlamento, di una nuova democrazia che di quella democrazia non sa cosa farsene. Queste elezioni hanno evidenziato, meglio di ogni altro evento, quanto il paese sia impreparato ad accogliere e sostenere il bisogno di cambiamento. L’immagine paradossale è quella di un presidente che giura fedeltà ad una costituzione sospesa, davanti ad un parlamento vuoto e con un potere che gli verrà conferito dall’esercito, sempre che l’esercito non cambi idea (l’ha cambiata più volte, a proprio favore, anche nei giorni precedenti la vittoria di Morsi).


Come si è arrivati a questo punto?

Il 14 giugno la Suprema Corte Costituzionale (composta da 18 membri tutti eletti dal vecchio presidente Mubarak) ha dichiarato nulle le elezioni del Parlamento. La decisione è inappellabile ed a tutti gli effetti è stato un guanto di sfida ai Fratelli Musulmani che a loro volta contestano la validità della decisione invocando un referendum. Questa è la fine di un piccolo fidanzamento combinato tra i Fratelli e l’Esercito, iniziato dopo la vittoria del Partito dei Fratelli (FJP) e finalizzato all’isolamento dei giovani della rivoluzione, ormai un ostacolo per la gestione del potere di entrambi.

La ragione dello scioglimento è che una parte dei seggi del parlamento doveva andare a rappresentanze individuali libere da affiliazioni politiche; ma ciò non è avvenuto. Qualcuno l’ha definito un caso d’ingordigia politica da parte della maggioranza integralista musulmana. La tentazione dei vincitori di volere la “torta” tutta per sé è stata irresistibile. Infatti, anche nella formazione dell’assemblea destinata a riscrivere la costituzione, dei 100 rappresentanti del popolo solo 5 erano i rappresentanti delle minoranze cristiane e 6 le donne. In quel caso, le minoranze cristiane si erano dimissionate perché la loro “inclusione” era considerata del tutto inutile.

Il problema non è la legalità della decisione quanto le modalità. L’ingordigia non è salubre ma quando il medico che la vieta è a sua volta obeso diventa poco credibile. Così non si può negare che tanta severità nella "medicina democraica" prescritta dall’esercito non ha avuto uguale applicazione quando il “proprio” candidato, Ahmed Shafiq, avrebbe dovuto essere squalificato in virtù di una legge parlamentare che impediva una candidatura governativa ad ogni membro del precedente governo di Mubarak.

Va da sé, direbbe l’esercito, che una legge di un parlamento dichiarato invalido ha il potere di un re in scacco matto. Allora, qual è il senso di questa mossa? A conti fatti l’esercito ha cominciato a temere il monopolio del potere (finora nelle sue mani) ed è corso ai ripari. La decisione di sciogliere il parlamento e di annullare tutto quello che è stato fatto in questi primi passi di democrazia egiziana era l’unica soluzione, anche se di grave abuso di potere e generalmente considerato dagli osservatori un silenzioso colpo di stato.


Nel caso rimanesse qualche dubbio su questa analisi è sufficiente guardare alla progressione di questo caldo mese di giugno:

2 giugno: il verdetto. Mubarak è condannato all’ergastolo colpevole della morte dei giovani di piazza Tahrir. I figli, accusati di aver truffato 250 miliardi di dollari al Paese, non sono condannati perché l’accusa è caduta in prescrizione. I soldi sono salvi anche se il presidente è dato subito per morente. Amnesty ha denunciato il proscioglimento degli ufficiali maggiori della sicurezza interna, coinvolti nelle uccisioni e nelle torture dei manifestanti;

12 giugno: il governo dello SCAF (il Consiglio Supremo delle Forze Armate) mette in onda pubblicità per allarmare la gente sul rischio di parlare con gli stranieri perché potenziali spie avverse al paese (per un governo che accusa i Fratelli Musulmani d’allontanare il turismo ed i suoi indotti di 14 milioni di lavoratori non è poco);

13 giugno: il Ministero di giustizia dello SCAF re-istituisce la legge d’emergenza sospesa solo due settimane prima. Questa legge da potere allo stato di polizia che le consente di arrestare ogni civile sospetto di terrorismo e di espellere indiscriminatamente ogni straniero. Questo include il controllo sugli scioperi, la censura e l’uso incontrollato della tortura;

17 giugno: lo SCAF introduce modifiche alla costituzione che blindano ancora di più l’autonomia del potere militare su quello civile. Dopo l’elezione di un presidente senza parlamento il potere legislativo rimarrà nelle mani dello SCAF oltre il 1° di luglio, data fissata per il passaggio di consegne dal potere militare a quello civile;

20 giugno: lo SCAF pospone i risultati delle elezioni.

Questa progressione straordinaria ha svelato le carte dei militari e conseguentemente da parte di tutti gli altri protagonisti, cristiani inclusi.


Come si sono mossi i cristiani?

Come si sono mossi in questo clima di duro confronto? Indubbiamente, si sono trovati di fronte ad una scelta difficile ed allo stesso tempo prevedibile. Impossibile votare un candidato che avrebbe portato un monopolio di potere nelle mani dei Fratelli Musulmani.

Nei primi mesi di governo a maggioranza islamica i segnali sono andati tutti nella direzione opposta al rispetto delle minoranze. Per esempio, il governo ha aperto un’indagine sulla strage di Port Said in cui sono morti molti tifosi mentre non ha mai sollevato il caso della strage spregiudicata di cristiani nella chiesa d’Alessandria e in Maspero. Non rimaneva che la scelta del candidato “laico,” anche se rappresentante del vecchio sistema politico e, peggio ancora, dei suoi metodi coercitivi.

Purtroppo, la scelta per Shafiq giunge dal lato sbagliato della storia, per quanto giustificata dalla logica del meno peggio. Questo ha inevitabilmente associato la minoranza cristiana dalla parte opposta di chi cerca un cambiamento ed ha pagato anche con il prezzo del sangue la lotta per un Egitto democratico. Il rischio è di aver consegnato la rivoluzione nelle mani di chi, di fatto, l’ha cavalcata finora solo con fini utilitaristi, i Fratelli Musulmani. Così, mentre Morsi s’è affrettato a manifestare con i giovani in piazza Tahrir il giorno del verdetto contro Mubarak, molti cristiani hanno celebrato l’annuncio del proscioglimento del parlamento da parte dell’Esercito con tutto ciò che ne è conseguito, inclusa la legge anti terrorismo, come un passo verso il ristabilimento dell’ordine e della sicurezza.


Sta forse cambiando qualcosa

Il voto dei circa 4 milioni di cristiani ha avuto un grande potenziale ed anche una grande opportunità. Di fronte al vuoto di potere nel dopo Mubarak si erano creati nuovi scenari politici che offrivano molto di più di un salto nel passato. Tuttavia per riuscire a gestire gli equilibri del potere sarebbe stato necessario accettare alleanze strategiche con identità politiche estranee alle proprie tradizionali associazioni. La loro lunga storia di autoesclusione dalla vita politica del paese, se non per barattare i propri diritti civili in cambio di una sicurezza che spesso la storia ha dimostrato quanto fosse effimera, ha creato una mentalità da ghetto difficile da scalfire. Così, nuovamente ha fatto più la paura ed il calcolo che il coraggio e la lungimiranza.

In questo ambito qualcosa però sta cambiando, spesso in aperto contrasto con le “tacite” direttive delle rispettive autorità religiose. Una buona parte del mondo giovanile cristiano, in particolare evangelico, ha scelto diversamente. Al primo turno delle elezioni presidenziali il candidato nasserista Hamdeen Sabahi, giunto terzo dietro Morsi e Shafiq, ha ottenuto un forte consenso trasversale, anche da parte di molti giovani copti. La piattaforma del socialista Sabahi affronta i problemi dell’ingiustizia e disuguaglianza in un linguaggio non religioso ed allo stesso tempo non elitario come quello del precedente. Una terza via si è aperta e sarà percorribile anche dai cristiani. Una chiesa che si preoccupa più dell’ingiustizia che della propria sopravvivenza ha una grande chiamata a cui rispondere in un momento così grave per il bene comune del paese. L’alternativa è una co-responsabilità per omissione ad una pericolosa stagione di violenza e di fuga che rischia di aprirsi per l’Egitto.


La situazione economica

Il vincitore di queste elezioni si trova ad affrontare una situazione pericolosa da molto tempo, che in questo mese di giugno sembra in caduta libera. Secondo i dati ufficiali della Banca Centrale Egiziana (CBE), il deficit è passato da 5.5 miliardi di dollari a 11.2. Secondo la Banca Mondiale, circa il 40% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. L’Associazione medica ha minacciato scioperi per un calo superiore al 50% di risorse assegnate al settore della salute. Gli slums sono cresciuti esponenzialmente, circa 1000 intorno al Cairo. Lì avviene impunito lo smercio d’armi, droga, prostituzione ed abuso di lavoro infantile. Lì hanno trovato rifugio molti combattenti egiziani tornati dai fronti del Pakistan e dell’Afghanistan.

Nello stesso mese di giugno dello scorso anno, il governo militare aveva espresso un secco no all’offerta di un prestito da parte del FMI e della Banca Mondiale. Pur nell’incognita del programma e dell’effettivo potere del nuovo presidente una cosa è certa. Se non otterrà un prestito dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali non andrà molto lontano. Molti sono quelli che si chiedono in questo caldo mese di giugno democratico in Egitto, e tra questi Hamdeen Sabahi, se il neo eletto presidente riuscirà a tenere il governo fino al giugno del prossimo anno.


Identikit di Mohamed Morsi

Mohamed Morsi è una persona poco conosciuta al pubblico Egiziano fino al momento della sua candidatura alle elezioni presidenziali Egiziane, con una vittoria nella fase del ballottaggio che lo ha opposto a Ahmed Shafiq.

Di professione ingegnere, con una laurea ottenuta nel 1982 negli Stati Uniti, entra nel movimento dei Fratelli Musulmani e riceve il suo primo incarico politico di spicco come membro indipendente del Parlamento agli inizi del 2000. Per ragioni legate alla sua affiliazione politica viene incarcerato per un breve periodo. Dopo la rivoluzione del 2011, viene eletto capo del nuovo partito dei Fratelli Musulmani, il Partito della Libertà e della Giustizia. Si iscrive come candidato alle elezioni presidenziali in seguito all’esclusione del candidato di prima scelta, Khairat al-Shater, da cui adotta completamente la piattaforma elettorale come conservatore Islamico.

Nella campagna elettorale, Morsi ha ripetutamente dichiarato al suo elettorato la volontà d’implementare la Shariah come base della legge Islamica ed agli esterni di essere un moderato che rispetterà le minoranze e combatterà la corruzione.

 

firma p.cioffi

Il Cairo, 24 giugno 2012

 


     Assuan. Museo nubiano, testa del re Shabaka (716-701 A.C)

 


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