ECCE

Egitto, una casta non fa primavera

Egitto, una casta non fa primavera

Nigrizia - Giovanni Esti, dal Cairo, aprile 2012


A un anno dal rovesciamento del regime, è l’élite militare a gestire il potere. Nelle elezioni politiche i Fratelli Musulmani e il partito salafita hanno conquistato la maggioranza. Delusione tra i giovani di Piazza Tahrir.


La storia del paese dal 25 gennaio 2011 a oggi è ancora da scrivere. Chi era al potere è oggi prigioniero, e chi era stato prigioniero è parso per un momento al potere. Ma dire chi siano i vincitori e i perdenti non è semplice. Di certo, i militari mantengono una posizione dominante.

Hosni Mubarak fu al potere dal 1981 al 2011: 30 interminabili anni! A ogni tornata elettorale, aveva ottenuto la stragrande maggioranza dei voti. Con il trascorrere del tempo, però, pesanti accuse di frodi elettorali avevano finito con l'incrinare la credibilità democratica di quel sostegno popolare.

Eppure, questo leader non democratico è stato il miglior alleato degli interessi dell'Occidente in Medio Oriente, riassumibili in due parole: Israele forte e petrolio a buon mercato. Questa alleanza ha garantito al raìs un consistente sostegno in termini di aiuti militari (1 miliardo e 200 milioni di dollari annui) e al paese una stabilità interna, che ha assicurato ingenti investimenti esteri e una forte crescita economica.

Purtroppo, una straordinaria crescita demografica (dai 40 milioni di abitanti del 1980 agli 85 milioni di oggi) e una sempre più iniqua redistribuzione del reddito hanno aggravato le già deleterie conseguenze di una corruzione diffusa, di una educazione pubblica anacronistica, di una amministrazione statale oltremodo burocratica, e di un crescente squilibrio tra salari popolari e costo della vita. Sotto Mubarak, i ricchi sono diventati più ricchi; i poveri, miserabili.


C'erano quindi tutti gli ingredienti per un'esplosione sociale. Molti la temevano, ma pochi l'hanno prevista. Il motivo? Un sistema di sicurezza gestito da poliziotti fautori di crimini impuniti e un mondo massmediale imbavagliato avevano generato una cultura della rassegnazione nel popolo e un senso di onnipotenza nella classe dirigente, certa di potersi perpetuare all'infinito.

Il 25 gennaio 2011, è improvvisamente sbocciata la "primavera araba". Ciò che è accaduto da allora ha occupato per mesi le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma le grandi aspettative iniziali si sono tramutate in delusione amara. Il popolo è passato dall'accoglienza entusiasmante al netto rifiuto di quel gruppo non omologato di giovani che avevano occupato Piazza Tahrir. Il primo, che aveva sperato in una democrazia alla "occidentale", si è ritrovato con un governo fondamentalista, ostile ai valori di riferimento delle democrazie moderne. I secondi, giovani con un livello d'educazione medio-alto, senza futuro, con poco da perdere e tutto guadagnare da un cambiamento, si sono ritrovati sbandati, divisi e manipolati.

Chi, allora, sta traendo vantaggi da quella rivoluzione, se sia chi l'ha promossa, sia chi ne ha pagato il prezzo con il sangue ne è uscito sconfitto?


Il triplo turno delle elezioni per l'Assemblea del popolo (Majlis al-Sha'b), o parlamento, iniziato il 28 novembre scorso e concluso il 22 gennaio con la pubblicazione dei risultati, sembra indicare come vincitori il partito Giustizia e libertà, braccio politico dei Fratelli Musulmani, con 235 seggi su 498 disponibili (altri 10 sono di nomina del Supremo consiglio militare, Csm), e il partito salafita Al-Nur ("La luce"), tra le formazioni islamiste più fondamentaliste, con 120 seggi; assieme, formano una maggioranza d'ispirazione islamista del 69,88%! I seggi toccati ai cristiani sono 7 (1,37%), anche se rappresentano il 10% della popolazione. Le elezioni del Consiglio consultivo (Majlis al-Shura), o camera alta, tenutesi dal 29 gennaio all'11 marzo, hanno dato risultati equivalenti. Per inciso: tra le molte centinaia di eletti alle due camere, solo 14 le donne.

Dai due turni delle elezioni presidenziali (23 maggio e 16 giugno) ci si può aspettare un risultato in controtendenza, quindi più "moderato", perché l'intero esercizio sarà condizionato dal Csm, che della presidenza ereditata da Mubarak ha fatto un proprio strumento di controllo delle sorti del paese e di tutela dei propri privilegi. Saranno da controllare i lavori dell'assemblea costituente, le cui elezioni sono in corso. Pressioni ideologiche e interessi contrapposti potrebbero sfociare in tensioni e scontri.


Sono quindi gli islamisti i veri vincitori? Non ancora. La situazione del paese si sta deteriorando: riserve monetarie ridotte, disoccupazione giovanile al 25%, migliaia di migranti tornati dalla Libia, turismo paralizzato, investimenti esteri bloccati, inflazione e indebitamento crescenti, criminalità dilagante, diffusa e acuta sfiducia nelle istituzioni. In un simile contesto, le aspettative per un "miracolo" alimentato da una fede religiosa estremistica e pressato dall'urgenza sono una miscela pericolosa.

La posta in gioco è alta. Per ora, si può solo speculare sui risultati. Ma se questi non arriveranno, le piazze torneranno a riempirsi e i perdenti non sarebbero solo il popolo e i giovani, ma anche i paesi del Mediterraneo legati all'Egitto.


Ma un reale vincitore c'è: l'élite militare. Inneggiata come salvatrice della patria dai giovani agli inizi della rivoluzione, è di fatto il "burattinaio" della situazione, con un enorme conflitto di interessi verso il paese: controlla un terzo dell'economia nazionale. La casta in grigioverde vinceva prima con Mubarak e continua a vincere oggi. Ha cambiato fronti e alleanze sempre e solo per garantire i propri interessi. È proprietaria di ingenti beni immobiliari, controlla l'approvvigionamento energetico e l'agricoltura (con le sue ricche sovvenzioni). E il Csm è già riuscito è garantirsi la perpetuità di questi privilegi, limitando nella costituzione provvisoria il controllo di un futuro governo civile sulle spese militari e le attività economiche.

I Fratelli Musulmani e i loro alleati sono oggi gli unici interlocutori del Csm in grado di offrire un progresso al paese, anche se vanno tenuti sotto uno sguardo attento che vigili sul bene e gli interessi di tutte le parti coinvolte. È l'unica strada, anche se in salita.


La speranza di risultati eclatanti a breve termine è un'illusione pericolosa. Creare un investimento a lungo termine nel dialogo, nel rispetto delle differenze e nella condivisione degli interessi e dei valori condivisi, non è solo una strategia vincente, ma anche l'unica opportunità di riscrivere una storia in cui - per citare un noto testo medio-orientale - "i potenti sono rovesciati dai troni e gli umili innalzati".

 


Joomla25 Appliance - Powered by TurnKey Linux