Pesticidi, la vergogna di un primato sottaciuto

Pesticidi, la vergogna di un primato sottaciuto

 

“Dati choc dell’Istat” sull’uso dei pesticidi, scrive il Trentino (leggi in calce). Lo sarebbe se si trattasse di una novità, è invece risaputo che siamo ai vertici da molti anni per consumo di pesticidi. Come si usa dire: "siamo nella norma".

La sola Provincia pare non rendersene conto: nel suo comunicato stampa n. 2200 dell’8 settembre scorso, si limita a scrivere che: "… un raffronto serio e scientificamente attendibile non compara mai mele con carote. E questo vale a maggior ragione parlando di fitofarmaci, un tema delicato perché certe rappresentazioni esagerate possono generare allarme".

Nello stesso comunicato, la Provincia si affanna a stemperare l’impatto dei pesticidi su territorio e salute sostenendo “che il dato viene riferito all'intera superficie agricola utilizzata: in Trentino l'incidenza della superficie coltivata a melo e vite - che richiedono appunto i trattamenti - è notevolmente più alta rispetto ad altre regioni. Questo può giustificare anche la notevole differenza con il dato della provincia di Bolzano, considerato che la SAU di quella provincia è composta da superfici a prato in percentuale molto maggiore rispetto alla provincia di Trento…”.

Tuttavia, l’ex responsabile del reparto antiparassitari di Appa, Michele Lorenzin, rispetto ai dati del Veneto, semplifica e chiarisce: «… noi utilizziamo più fitofarmaci carichi di principi attivi degli altri… il Trentino ha acquistato, nel 2013, 2 milioni e 474 mila chili di prodotti fitosanitari mentre il Veneto ne ha acquistati 16 milioni e 822 mila ma nonostante ciò la quantità di principi attivi per ettaro di superficie trattabile è esponenzialmente più alta sul nostro territorio… Vuol dire che loro sono un territorio più esteso e che fanno meno agricoltura intensiva di noi, mentre il Trentino è un territorio più piccolo e si serve di prodotti con molti più principi attivi. Insomma siamo a tutti gli effetti un modello spinto di agricoltura intensiva».

Come oggi il presidente Ugo Rossi e gli assessori Michele Dallapiccola e Mauro Gilmozzi negano l’entità e gravità del problema (con misure di contenimento della deriva da pesticidi palesemente insufficienti e inefficaci), allo stesso modo e nella medesima posizione e ruolo, l’allora presidente Lorenzo Dellai si premurava di rassicurare gli italiani in un suo intervento a Porta a Porta l’11 dicembre 2012, minuto 79.30 [1]:

Oggi, lontano dalle dinamiche e dai giochi di maggioranza e potere, Dellai si fa paladino del biologico (Trentino, 9 settembre 2015):

«… i dati sono dati e non si può girarci intorno… sono sicuro che le regole formali siano rispettate, ma il punto è che ciò non basta più. La concorrenza tra territori ormai si gioca su altri ben più esigenti parametri… [la riduzione dell'utilizzo dei fitofarmaci e l'orizzonte bio dell'agricoltura] sono l'unica strada percorribile per il nostro futuro… Non si rimane per molto tempo leader produttivi in un settore se non si è anche leader nella conoscenza dei meccanismi che ne regolano il futuro». 

Lo stesso ex presidente di Fondazione Mach, Francesco Salamini, oggi dichiara che “i trattamenti si possono ridurre, basta volerlo” e sottolinea: «… come si può chiedere alla Fem di approfondire con studi puntuali i dati sui residui di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli se nel comitato esecutivo della stessa Fondazione siedono i rappresentanti degli agricoltori?». (Trentino, leggi in calce). Oggi, dunque, con l’agricoltore Sergio Menapace direttore generale di Fondazione Mach qualsiasi approfondimento parrebbe bandito (l’Adige, 20 giugno 2015).  

Peccato che, né da parte dell’ex presidente della Provincia né da parte dell’ex presidente della Fondazione Mach, abbiamo mai sentito niente di simile quando avevano altro ruolo, incarico e responsabilità di governo. 

Oggi come ieri, una questione vale l’altra, sia che ci si riferisca a “dati choc”, sui quali rinviare a procrastinabili e ulteriori verifiche e monitoraggi sia che neghi la reale volontà da parte dell’ente pubblico di indagarne i suoi reali effetti sulla popolazione: nulla di nuovo per quanto allo studio epidemiologico abbozzato tre anni fa [2]Rinviare ad altri approfondimenti dell’Istituto Superiore di Sanità, come dichiara l'assessore Luca Zeni nell’intervista al Trentino, potrà servire in funzione dell'uso che la Provincia vorrà farne. 

Adriano Rizzoli – Emanuela Varisco, 23 settembre 2015

 

Dalle pagine del Trentino del 21 settembre 

Pesticidi, acquisti boom in Trentino

I dati choc dell’Istat spiegati dall’ex responsabile del reparto antiparassitari dell’Appa: «Da noi l’agricoltura più intensiva”

Trentino – Luca Pianesi

«Siamo il territorio che fa il maggior uso di agricoltura intensiva. C’è ben poco da dire: questi sono i dati sulla vendita dei fitofarmaci in Trentino e nelle altre regioni italiane. E come si può vedere la quantità di principi attivi contenuta nei prodotti acquistati dai nostri agricoltori, per ettaro di superficie trattabile, è a livelli altissimi rispetto al resto al paese».

A spiegare i dati Istat riportati nell’infografica  qui a fianco e riferiti al 2013, sulla diffusione dei prodotti fitosanitari in Italia è Michele Lorenzin; non una persona qualunque ma l’ex responsabile del reparto antiparassitari di Appa (l’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente) di Trento, settore Laboratorio (quello che esegue le analisi su acqua, frutta, ortaggi per la ricerca dei residui); un chimico in pensione ma che fino al 31 ottobre 2014 è stato tra i soggetti più coinvolti, in Provincia, nello studio dei prodotti fitosanitari.

I dati fanno impressione perché spingono il Trentino in testa a tutte le classifiche nazionali per utilizzo di principi attivi per ettaro di superficie agricola. «Meglio – prosegue Lorenzin – questi dati si riferiscono alla quantità di prodotti acquistati dai nostri agricoltori in un anno. E direi che se un agricoltore acquista alla fine utilizza anche. Non credo lo conservi per fare scorte in futuro». I dati fotografano una realtà, quella trentina, che si serve del sestuplo dei principi attivi contenuti nei fungici (i fitofarmaci che colpiscono i funghi) del Veneto e più del doppio della provincia di Bolzano. Per quanto riguarda gli insetticidi e gli acaricidi il Trentino è secondo dopo l’Alto Adige ma resta nove volte superiore rispetto al vicino Veneto. Per gli erbicidi torniamo in testa, davanti, ancora una volta al Veneto e a Bolzano. «Il dato sui fungicidi è particolarmente interessante – spiega Lorenzin – perché si potrebbe facilmente replicare che tra questi prodotti la metà circa sono a base di rame e zolfo e quindi potrebbero essere utilizzati per l’agricoltura biologica. Ma analizzando i dati delle altre regioni, come il “solito” Veneto, notiamo che la proporzione resta la stessa quindi non c’è scampo: noi utilizziamo più fitofarmaci carichi di principi attivi degli altri». E la proporzione risulta ancora più evidente se si prende il valore assoluto di fitofarmaci acquistati dalle diverse realtà regionali: il Trentino ha acquistato, nel 2013, 2 milioni e 474 mila chili di prodotti fitosanitari mentre il Veneto ne ha acquistati 16 milioni e 822 mila ma nonostante ciò la quantità di principi attivi per ettaro di superficie trattabile è esponenzialmente più alta sul nostro territorio. Cosa vuol dire? «Vuol dire che loro sono un territorio più esteso e che fanno meno agricoltura intensiva di noi – spiega l’ex responsabile dell’Appa – mentre il Trentino è un territorio più piccolo e si serve di prodotti con molti più principi attivi. Insomma siamo a tutti gli effetti un modello spinto di agricoltura intensiva».

 

La deriva nei campi

Limite dei 50 metri, una ricerca spiega: i veleni vanno anche oltre 

«La Distanza di 50 metri può essere considerata una distanza minima grossolanamente precauzionale, ma il fenomeno (tossicologico di deriva, ndr) in quanto tale è sempre presente». Recita così, nella parte dedicata alle conclusioni lo studio promosso dalla Provincia nei primi anni ’90 sulla “Valutazione della dispersione ambientale di antiparassitari derivante dai trattamenti di difesa delle colture agricole: quantificazione del rischio per la popolazione generale”. Uno studio che era frutto anche della scarsissima efficacia degli strumenti per i trattamenti: «La quota di principio attivo che giunge effettivamente al bersaglio è molto modesta – si legge nel documento – sempre considerevolmente inferiore al 100%, anzi secondo alcuni autori può essere solamente all’1-3% dell’antiparassitario irrorato».

Oggi, a distanza di vent’anni, ci si augura che il parco mezzi che opera in provincia abbia migliorato la sua efficacia e anche le colture siano diventate più funzionali a un contenimento della deriva. Per esempio già all’epoca si consigliava di impiantare tipi di frutteti a minimo sviluppo (taglia ridota) allineati sui filari rispetto ai tradizionali impianti, quelli cosiddetti “a vaso trentino” (di altezza elevata tra i 4 e i 6 metri). Il “Piano di tutela delle acque“ elaborato dall’Appa quest’anno però non lascia spazio alle “speranze” spiegando che: «Il parco macchine per la distribuzione dei prodotti fitosanitari in Provincia di Trento è stimato in circa 9.000 unità: più del 50% di queste attrezzature ha un’età superiore ai 10 anni e spesso non ha le caratteristiche e le dotazioni tecniche adatte per l’effettuazione dei trattamenti nei moderni impianti frutticoli e viticoli, tenendo conto della necessità di ridurre al minimo la dispersione della miscela fitoiatrica nell’ambiente (deriva e gocciolamento)”. E anche lo stesso autore della ricerca sulla “Valutazione della dispersione ambientale”, l’ex responsabile del reparto antiparassitari dell’Appa Michele Lorenzin, spiega che «ad oggi, in realtà, le condizioni non sono cambiate in maniera così importante da rendere superato quello studio». Ecco che allora si riapre la discussione sulle norme fissate dalla provincia sulle distanza minime per i trattamenti con prodotti fitosanitari, soprattutto dai luoghi “sensibili”: le scuole, gli asili, i parchi pubblici, i flussi d’acqua. A fine agosto la Provincia, infatti, ha stabilito tale limite a 30 metri mentre, già da qualche anno alcuni Comuni trentini hanno fissato la distanza minima, per i trattamenti, da tali luoghi a 50 metri (come ha fatto anche il Veneto, territorio che, secondo l’Ispra, si gioca con il Trentino la “maglia nera” in Italia per l’utilizzo dei pesticidi). Forse, qualcosa di meglio, dunque, lo si può ancora fare. Intanto su internet (su change.org) la petizione online per chiedere alla Provincia di cambiare le norma, in una settimana ha superato le 500 firme.

 

Quello studio del 1978 che rivelò i rischi

Fu realizzato dai medici Del Dot e Betta: una eccessiva esposizione ai fitofarmaci ne facilita l’introduzione nel corpo

Il presidente della Lilt Mario Cristofolini ieri dalle pagine del Trentino (“Fitofarmaci, la Lilt chiede uno studio sulla salute”) chiedeva alla Provincia un’indagine precisa e puntuale sugli effetti dei fitofarmaci e dei pesticidi sulla salute degli agricoltori e dei residenti vicino alle campagne. Lamentando il fatto che dovrebbe essere l’Osservatorio epidemiologico dell’Apss a occuparsi di una tale inchiesta così da avere dati certi, affidabili e ben strutturati. Ebbene in passato dei tentativi quasi pionieristici in materia erano stati realizzati: uno in particolare avviato nel 1978 da un’équipe composta da un medico, Mario Del Dot (all’epoca ufficiale sanitario del Comune di Trento e direttore del Consorzio sanitario Valle dell’Adige) e da Alberto Betta (allora del servizio provinciale medicina del lavoro) era giunto proprio a una conclusione simile: che solo una ricerca epidemiologica (cioè su un ampio campione della popolazione seguita per anni e con costanza) ben fatta e completa avrebbe permesso di fare prevenzione sanitaria in materia.

E lo studio (che si chiamava “Antiparassitari agricoli e salute umana”) dell’epoca aveva, nel suo piccolo e con tutti i limiti dovuti all’utilizzo di strumenti e tecniche di 37 anni fa, proprio queste caratteristiche: per due anni i medici hanno monitorato tre gruppi di agricoltori, rispettivamente 35 di Aldeno (zona fruttiviticola), 7 di Cembra (solo viticoltura) e 51 di Tuenno (solo frutticola). La parte centrale dell’esperimento è consistita nel prelevare a più riprese e fare analizzare i campioni di sangue dei tre gruppi di agricoltori e nel fargli compilare una serie di questionari sulle loro abitudini alimentari, su come svolgevano il loro lavoro e sul loro stato di salute. All’epoca vennero controllati cinque gruppi di enzimi e l’assetto lipidico. I risultati furono, però, contrastanti perché se anche si notarono delle alterazioni in questi enzimi non si riuscì a dimostrare che tali variazioni erano dovute proprio ai fitofarmaci. Alterazioni simili, infatti, erano causate anche dall’alcool. Però già all’epoca a delle conclusioni si riuscì ad arrivare: che l’esposizione alla assunzione di antiparassitari ne facilita l’introduzione nell’organismo, come dimostravano le variazioni enzimatiche; che diminuire le dosi di impiego al massimo e il numero di trattamenti, anche con antiparassitari e diserbanti considerati innocui, conviene; che l’individuo che maneggia e tratta antiparassitari è in pericolo a distanza di tempo anche se usa prodotti a tossicità acuta ridotta e che quindi proprio per capire la portata di tali rischi servirebbero altre indagini epidemiologiche. Sono passati 37 anni e ancora si aspetta. (l.p.)  

 

I nuovi limiti e quel ricorso di Calliari

Trento. Obbligo di non trattare con prodotti fitosanitari per una fascia di 50 metri da ogni terreno o edificio confinante con le aree agricole; impossibilità di utilizzare pali in cemento o in metallo e reti antigrandine; addirittura un più generale divieto di impiego di prodotti fitosanitari classificati molto tossici (T+) o tossici (T): sono questi alcuni dei punti focali del regolamento di Malosco, comune della Val di Non che nel 2012 si è dotato di una serie di norme molto vincolanti (e spesso prese ad esempio anche sul nostro giornale). All’epoca furono solo due gli agricoltori che decisero di ricorrere al Tar di Trento contro tale regolamento perché ritenuto troppo restrittivo. Tra loro Gabriele Calliari vicepresidente della Fondazione Mach. E tornano alla mente le parole di Salamini sul nostro giornale di sabato (si veda l’articolo “Ridurre i trattamenti? Si può, basta volerlo”): «Non è facile cambiare rotta, servirebbe un input politico ma come si può chiedere alla Fem di approfondire con studi puntuali i dati sui residui di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli se nel comitato esecutivo della stessa Fondazione siedono i rappresentanti degli agricoltori?». (l.p.)


[1] Il testo dell'intervento di Dellai alla trasmissione "Porta a Porta": “… noi siamo molto orgogliosi delle nostre mele, del nostro ambiente, e questa è una denuncia totalmente falsa. E siccome, però, non è la prima volta che la sentiamo e, ripeto, io non capisco quali siano gli obiettivi, posso dire che abbiamo, proprio negli ultimi anni, molto intensificato tutti gli strumenti di monitoraggio e di controllo, sia sui prodotti e i nostri prodotti, le nostre mele risultano avere degli indicatori che sono infinitamente sotto ogni ragionevole limite. Non mi riferisco ai limiti di legge, ma ogni ragionevole limite, e soprattutto abbiamo fatto controlli sul nostro ambiente, sia rurale che abitato, 2 ricerche negli ultimi 3 anni e non è risultato assolutamente nulla, anche incrociando tutti i dati storici con i fenomeni legati alle malattie delle persone che vivono e abitano nel nostro territorio, nella nostra valle. È totalmente falso tutto questo. Tuttavia, siccome noi non ci accontentiamo, siamo un po’ asburgici, e quindi non solo le regole le rispettiamo, vogliamo anche migliorarle, devo dire che sta crescendo in Trentino l’area dei produttori che usano metodi biologici. Non solo, ma abbiamo col nostro istituto di ricerca agrario, siamo stati i primi al mondo a fare la mappatura genetica del melo, e stiamo usando queste nuove conoscenze genetiche per puntare ad obiettivi ancora più ambiziosi. Quindi, so che quando si parla di salute delle persone bisogna essere molto rigorosi, dunque non mi limito a dire “no, non è vero” mi limito a smentire categoricamente queste affermazioni fino a prova del contrario e vorrei che tutti quanti, tutti, soprattutto chi svolge professioni ritenute importanti giustamente dalla comunità usassimo un po’ più di cautela e un po’ più di equilibrio quando parliamo di un territorio come il nostro che da sempre si impegna sul tema della salute e della qualità”. 

[2] Scrivevamo sulla nota inviata a “Io partecipo” della Provincia nel maggio 2015: Risulta ormai nota la lacunosità di tale studio epidemiologico, la cui parzialità dell'indagine è stata sottolineata anche nella sentenza del Consiglio di Stato del marzo 2013 emessa in seguito al ricorso Coldiretti contro il Comune di Malosco.

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