La «No-Go Zone» di Chernobyl e Fukushima negli scatti di Pierpaolo Mittica

La «No-Go Zone» di Chernobyl e Fukushima negli scatti di Pierpaolo Mittica

Il Sole 24 ORE – Filippo Brunamonti, 20 marzo 2013

 

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"Scelgo i progetti, e le storie che si compongono viaggiando, guidato dall'emozione e dall'istinto". Le parole di Pierpaolo Mittica, classe 1971, fotografo esperto di reportage, ci portano prima dalle parti di Chernobyl, poi dritti all'inferno di Fukushima, deserto pulp invaso da detriti e voci litigiose di fantasmi.

Il viaggio a Chernobyl è cominciato per merito della direttrice di un'associazione, Don Nillo Carniel, con l'incarico di traghettare i bambini di Chernobyl in Italia per un periodo di soggiorno. Poco dopo, Mittica ha preso coscienza di ciò che stava accadendo nelle terre contaminate. Le informazioni raccolte hanno scatenato in lui qualcosa di raro. Nel 2002 è partito e ha concluso il lavoro solo nel 2007.

Il reportage su Fukushima è arrivato di rimando, in presa diretta con tematiche che tendono l'arco delle folgori, dal nucleare ai disastri ambientali. Un viaggio doloroso, sacro, polveroso e provocatoriamente irreale, in mostra da mercoledì 27 marzo al 30 aprile 2013 presso Glenda Cinquegrana: The Studio. Titolo: Pierpaolo Mittica - Fukushima ‘No-Go Zone'.

"La difficoltà iniziale? Ottenere il permesso per entrare nella zona di esclusione: ci ho messo tre mesi prima di riuscire a scovare il mediatore giusto. Successivamente, sono entrato per vie illegali" racconta l'artista. Una volta bypassato ed eluso il varco, Pierpaolo si è trovato immerso nel patio delle radiazioni. "Le loro tracce hanno molto condizionato la mia sensibilità, imponendomi di svolgere il lavoro con una relativa fretta. Le immagini rispecchiano anche questa condizione di rapidità costretta, una specie di castigo". Sorseggiando in rapida sequenza il lavoro di Mittica è inequivocabile che la caratteristica più urgente del suo sguardo sia la profondità. Elemento accompagnato da sentimenti e deliri contrastanti come la paura cromatica e il senso di pericolo e vertigine, che "di solito, sono filtrati dalla macchina fotografica a mò di schermo protettivo. A dire il vero, la paura arriva in un secondo tempo, quando si prende atto dell'oscurità".

 

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