Il caro greggio? Colpa dei sussidi statali

Energia.
Il caro greggio? Colpa dei sussidi statali

CorrierEconomia - Elena Comelli, 14 giugno 2010
 
L’«International energy agency» evidenzia il paradosso. Birol: oltre 550 miliardi spesi nel mondo per sovvenzionare le fonti fossili. L’Italia ne spende 4. I risparmi coi possibili tagli

Oltre 550 miliardi di dollari all’anno: è questa la «tassa» pagata dall’economia mondiale per sovvenzionare le fonti fossili. Non l’eolico o il fotovoltaico, famigerati divoratori di sussidi statali. Non il nucleare, da sempre accusato di pesare surrettiziamente sui bilanci pubblici. Ma il petrolio, il gas o il carbone, materie prime già ampiamente remunerate dal mercato.

Le cifre
«L’Iran è il Paese che spende di più in questa corsa dissennata contro il prezzo del petrolio: 101 miliardi, un terzo del suo bilancio, più dei fondi destinati all’istruzione», spiega Fatih Birol, capo economista dell’ International Energy Agency, il cane da guardia dei consumi mondiali di energia. Ma nelle casse delle compagnie petrolifere non si riversano fondi pubblici solo dal terzo mondo, succede anche da noi: nel 2008 gli italiani hanno speso quasi 4 miliardi in sussidi alle fonti fossili. «Se questi incentivi fossero eliminati, la domanda globale di petrolio si ridurrebbe di 6 milioni e mezzo di barili al giorno, equivalenti a un terzo dei consumi americani», precisa Birol.
Lo studio dell’Agenzia, che il Corriere Economia ha potuto leggere, sarà al centro del G20 di Toronto a fine mese, dove si annunciano provvedimenti severi contro questa pratica, che ha un enorme impatto sul consumo globale di combustibili fossili. L’analisi punta il dito in particolare contro 37 Paesi in via di sviluppo, che nel 2008 hanno buttato 557 miliardi di dollari in tutto, incentivando lo spreco delle materie prime e distorcendo il mercato mondiale: 312 miliardi per il petrolio, 204 per il gas e 40 per il carbone. In testa alla lista, dopo il caso eclatante dell’Iran, ci sono Russia, Arabia Saudita, India e Cina.
 
Il Vecchio continente
E in Europa? «Qui abbiamo di solito sussidi che incidono più sul lato dell’offerta che sulla domanda, mirati a difendere certi settori industriali», fa notare Birol. Come in Italia, dove il salasso del Cip6 drena ogni anno, attraverso le bollette, miliardi di euro dalle tasche degli utenti elettrici verso le casse dei produttori di energia. Nel 2008, ben 3,9 miliardi sono andati a 46 centrali che bruciano principalmente scarti di raffineria, mentre solo 1,48 miliardi sono finiti a 300 piccoli impianti alimentati da fonti rinnovabili. « È un caso tipico — commenta Birol —. In generale il pubblico crede che siano le fonti rinnovabili o il nucleare a ricevere il grosso del denaro pubblico, invece dai nostri studi sta emergendo il contrario. Certo l’Italia spicca fra i Paesi europei per la dimensione del sussidio alle fonti fossili». E anche per quanto la nostra economia sia dipendente da queste fonti. Nel 2008 la bolletta petrolifera dell’Italia è stata di 32,6 miliardi di euro (il 2% del Pil) per importare 165 milioni di tonnellate di petrolio o equivalenti, l’86,8% del fabbisogno complessivo di energia, contro una media europea del 53,8%: solo Malta, Cipro e il Lussemburgo sono più dipendenti di noi. «Certi Paesi avanzano motivi di giustizia sociale o di difesa di un settore che ha rilevanza nazionale — fa notare Birol — ma non mi sembra che l'Italia possa avere motivi di questo tipo».

Strategie
Uno sforzo per eliminare l’incentivazione alle centrali alimentate da fonti fossili era stato fatto alla fine del 2009, quando l’ex ministro Claudio Scajola aveva varato un sistema per la risoluzione anticipata delle convenzioni con gli operatori di questi impianti. La risoluzione è volontaria, a fronte di un risarcimento: i produttori non si sono tirati indietro, ma ora il ministero sta cercando di quantificare i corrispettivi da riconoscere per la chiusura anticipata e la questione è ancora in alto mare.
I primi decreti potrebbero essere pronti per la fine di giugno, ma interesseranno solo pochi impianti a gas, i più omogenei fra loro. Per gli altri, che usano prevalentemente scarti di raffineria, ci vorrà qualche mese. Ma la materia è ingarbugliata anche dall’ammissione ai benefici Cip6 di impianti recenti, come alcuni termovalorizzatori nell’ambito dell’emergenza rifiuti campana.
Birol è convinto che siamo alla fine di questi sussidi anche a livello globale: «Il vento soffia nella direzione giusta ». In base alle stime dell'Agenzia, il G20 potrebbe tagliare dalle emissioni globali di CO2 l’equivalente dei fumi tedeschi, francesi, inglesi, italiani e spagnoli in un colpo solo, se riuscisse a imporre un’eliminazione graduale delle sovvenzioni da qui al 2020. Sarebbe un brutto colpo per le compagnie petrolifere. «Certamente, se l’intervento del G20 avrà successo, i fondamentali del business petrolifero cambieranno parecchio - conclude Birol -. D’altra parte, sarebbe una buona notizia per le fonti rinnovabili, ma anche per il nucleare».
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