Il sistema energetico italiano tra inefficienze e speculazioni

Stralcio da

SCRAM ovvero LA FINE DEL NUCLEARE

Editoriale Jaca Book Spa, Milano - Aprile 2011

Angelo Baracca, Giorgio Ferrari Ruffino

(leggi qui la presentazione)


Si ringrazia Jaca Book per averne consentito  la pubblicazione.

 

 

3. Il sistema energetico italiano tra  inefficienze e speculazioni

 

3.1 - L’insostenibile parzialità dell’informazione


Il 20 Aprile del 2010 la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon situata nel Golfo del Messico esplodeva provocando la morte immediata di undici lavoratori e lo sversamento in mare di milioni di barili di petrolio. Il 27 Aprile, in pieno svolgimento del disastro, il quotidiano Il Riformista poneva in prima pagina una foto della piattaforma petrolifera in fiamme accompagnata da un articolo di Chicco Testa dal titolo: «Meglio il nucleare». Il mese successivo lo stesso quotidiano ed il Corriere della Sera pubblicavano una lettera firmata da numerosi scienziati ed intellettuali, indirizzata al segretario del Pd, Bersani, chiedendogli di non chiudere la strada al nucleare temendo, tra le altre cose, l’affermarsi in Italia di uno spirito antiscientifico.

 

Fig. 3.1


Nel mese di Settembre veniva presentato al convegno di Cernobbio un ponderoso studio della European House Ambrosetti (con l’apporto di ENEL ed EDF, ente elettrico francese)[1] in cui, oltre a riprendere ed ampliare gli argomenti esposti nella lettera indirizzata a Bersani, si dedica ampio spazio a come si discute di nucleare in Italia, lamentando che l’opposizione al nucleare si basa su motivazioni ideologiche e che, specialmente in televisione, viene offerta una informazione poco aperta basata più su opinioni che sui fatti. Su questi tre esempi di matrice diversa (economica-industriale e scientifico-intellettuale) ma decisamente convergenti nel sostenere la scelta nucleare, svetta il richiamo a trattare la materia con «rigore intellettuale e scientifico» come scrivono in apertura i 70 firmatari della lettera a Bersani, tra cui figurano (oltre all’immancabile Chicco Testa) uomini di scienza come Umberto Veronesi, Margherita Hack, Giorgio Salvini, Carlo Bernardini, che in omaggio alle loro dichiarate intenzioni, dovrebbero adoperarsi affinché l’informazione su una questione, già di per sé difficile e complessa, risulti la più completa possibile.


Ma proprio gli esempi citati ci danno evidenza del contrario. Prendiamo il caso della prima pagina del Riformista: completezza dell’informazione vorrebbe che al lettore, insieme ad un’immagine e ad un titolo di effetto, siano forniti anche i dati che la suffragano, vale a dire produzione e consumi di fonti di energia come quelli riportati nei grafici di Figura 1.2 in cui si vede, dal primo grafico, che il petrolio rappresenta circa il 43% dei consumi mondiali di energia, mentre dal secondo che solo il 5,6% della produzione mondiale di elettricità dipende dal petrolio: quindi le due cose, petrolio ed energia elettrica, non sono in stretta relazione, dato che la stragrande maggioranza del petrolio è consumata in attività diverse (trasporti, industria, petrolchimica, ecc). Ma allora perché deformare la realtà con un messaggio che lascia intendere che con il nucleare certe catastrofi non succederebbero, quando è dimostrato che il nucleare (con cui si produce solo energia elettrica) non sostituisce il petrolio nei suoi usi principali? (Quanto ai rischi del nucleare ce ne occuperemo in dettaglio nei Capp. 8-10)

Di questi vuoti, omissioni e distorsioni dell’informazione ne abbiamo riscontrati tanti nella letteratura scientifica e divulgativa prodotta a sostegno del nucleare e con questo libro intendiamo colmarli almeno per quanto ci consentono la nostra  esperienza e conoscenza della materia.


3.2 - L’energia che serve all’Italia


Storicamente il nostro paese è importatore di energia e materie prime e lo è diventato ancora di più nel secondo dopoguerra, quando insieme alla ricostruzione post bellica, iniziò quel grande processo di trasformazione da paese prevalentemente agricolo a paese decisamente industrializzato: basti pensare che nel secondo dopoguerra l’industria italiana forniva appena il 30% del pil, mentre in paesi come Inghilterra e Germania questa percentuale superava già il 40%. Questa trasformazione fu realizzata in un arco di tempo relativamente breve (20-30 anni) rispetto ad altri paesi, europei e non, dove il processo di industrializzazione, essendo iniziato prima, aveva avuto modo di svilupparsi nel tempo in maniera più organica di quanto non sia avvenuto in Italia. Dunque l’accelerazione impressa all’economia per allineare l’Italia agli altri stati europei ebbe ovvie conseguenze anche sulla struttura energetica del nostro paese aumentandone sensibilmente il già rilevante deficit.


Per una serie di ragioni politiche e di accordi internazionali (specie con gli Stati Uniti) i governi che  guidarono l’Italia dagli anni ’50 in poi, scelsero come assi portanti della ricostruzione i settori automobilistico, meccanico-siderurgico e cementizio (e successivamente la petrolchimica), che essendo ad elevati consumi di energia imponevano scelte di politica energetica piuttosto penalizzanti dal punto di vista degli approvvigionamenti considerato il modesto apporto della produzione nazionale. La coincidenza che in quel periodo storico (almeno fino alla crisi energetica del 1973) il petrolio fosse abbondante e a buon mercato indubbiamente favorì lo sviluppo di settori industriali ad alta intensità energetica, ma nel tempo le conseguenze di quelle scelte, tutte finalizzate ad uno sviluppo senza limiti, hanno costituito un pesante handicap dal punto di vista economico, occupazionale ed ambientale, che pesa ancora oggi sull’economia generale del nostro paese. Esemplare è l’accoppiamento tra l’industria petrolifera e quella dell’energia elettrica verificatosi tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70, quando l’Italia raggiunse una capacità di raffinazione quasi doppia rispetto al fabbisogno nazionale (cioè si importava petrolio e si esportavano i derivati, tenendoci l’inquinamento) e per ogni raffineria che veniva messa in funzione si costruivano accanto centrali elettriche (prima con le società private e poi con l’ENEL) che bruciavano olio combustibile pesante (lo scarto del processo di raffinazione del petrolio), facendo un favore all’industria petrolifera che altrimenti non avrebbe saputo come smaltire. L’influenza dell’industria petrolifera unita a quella automobilistica, hanno condizionato pesantemente lo sviluppo del nostro paese (grazie anche alla complicità e incapacità della classe politica), favorendo a dismisura l’automobile e il trasporto merci su gomma, oltre alla monoproduzione di energia elettrica da petrolio che ancora nel 1990 rappresentava il 56,6% contro il 23% del gas, mentre di energie rinnovabili (salvo l’idroelettrico già costruito) neanche a parlarne! (A partire dal 1960 l’apporto, fino ad allora predominante, dell’idroelettrico si arrestò completamente, ed iniziò lo sviluppo vertiginoso dei combustibili fossili).


A fronte di questi precedenti l’odierno bilancio energetico italiano si presenta dunque con un saldo negativo di importazioni che supera l’80%, e su questo aspetto si è concentrata l’attenzione dei filonucleari per sostenere la tesi che al fine di ridurre questa dipendenza la via migliore o comunque più conveniente è quella di costruire centrali nucleari. Scrivono infatti i 70 firmatari della lettera a Bersani: «…importiamo più dell’80 per cento dell’energia primaria di cui abbiamo bisogno, principalmente, da Paesi geopoliticamente problematici. Produciamo l’energia elettrica per il 70 per cento con combustibili fossili. Circa il 15 la importiamo dall’estero e prevalentemente di origine nucleare... Risultato: emissioni di COo2 e di inquinanti atmosferici molto alte, costo delle importazioni molto elevate e continuamente esposto al rischio «prezzo del petrolio», sicurezza energetica in discussione, come si è visto qualche anno fa con la crisi fra Russia e Ucraina, prezzi dell’energia elettrica mediamente più elevati del 30 per cento rispetto agli altri Paesi, in particolar modo europei.»


Tali affermazioni inducono a ritenere che la produzione elettrica sia la maggiore responsabile del deficit energetico e dell’inquinamento, senza peraltro fornire spiegazioni o dati a supporto di tale tesi. In realtà di tutta l’energia primaria consumata in Italia (vedi tab. 3.1), il 21% circa è destinato alla produzione di energia elettrica (di cui solo il 5,4% è generata con petrolio[2]), mentre industria e trasporti consumano oltre il 62% e il resto va in altri usi (domestici, agricoli ecc). Solo quel 21% è suscettibile di venire sostituito dalla fonte nucleare, poiché con l’uranio si può produrre solo energia elettrica o fabbricare bombe, e le due cose spesso sono intimamente connesse: pertanto il grosso dei consumi (il petrolio da solo rappresenta il 43,2% di tutta l’energia consumata) non verrebbe intaccato poiché, diversamente dai vituperati (giustamente!) combustibili fossili che hanno molteplici applicazioni, con l’uranio non si fanno camminare le automobili, né gli aerei. Per cui, se avessimo già in funzione tutte le centrali nucleari che il governo dice di voler costruire, sostituiremmo poco più del 5% di tutta l’energia primaria[3]: un po’ poco per un programma tanto complicato e costoso come quello nucleare.

 

Ma affinché il lettore abbia a disposizione quanti più elementi possibili per farsi un’idea propria sui punti critici del sistema energetico italiano, riportiamo nella Tabella 3.2 l’andamento dei consumi italiani dal 1990 al 2006, confrontandolo con quello di altri quattro stati europei con caratteristiche socio-economiche analoghe a quelle dell’Italia. Le variazioni al ribasso dei consumi italiani tra i dati di Tabella 3.2 e quelli di Tabella 3.1 sono effetto della crisi economica tuttora in corso.

Esaminando in dettaglio la ripartizione dei consumi si nota una tendenza alla diminuzione dei consumi industriali (con l’eccezione di Spagna ed Italia) e un generale aumento dei consumi dovuti ai trasporti. A parte il caso spagnolo (determinato da un’industrializzazione relativamente recente), la situazione italiana registra:

- il più alto consumo percentuale dell’industria (32%);

- il più alto consumo percentuale di industria + trasporti (65%);

- il più alto incremento percentuale dei consumi finali (21,5%);

- il più alto incremento percentuale dei consumi dovuti ai trasporti.

 


Tenuto conto che l’Italia ha il più basso grado di penetrazione elettrica (37,6%), cioè i suoi consumi elettrici incidono sui consumi totali meno che negli altri paesi, appare evidente che il deficit energetico italiano è dovuto principalmente ad un sistema industriale energivoro e a un settore  trasporti totalmente dipendente dal petrolio, e non, come si vorrebbe far intendere, alla generazione elettrica.


3.3 - L’Italia ha bisogno di nuove centrali elettriche?


E ancora, a proposito di energia elettrica bisognerebbe spiegare – se veramente si ha a cuore il rigore intellettuale e scientifico – che l’Italia non ha proprio bisogno di comprarla avendo (nel 2008) 97.000 MW di centrali elettriche funzionanti (Tab. 3.3) a fronte di una richiesta massima sulla rete di 56.000 MW: cioè a dire che il nostro sistema elettrico ha un margine di sovra potenza doppio rispetto a Francia e Germania e il più alto in assoluto di tutti i Paesi europei, ciononostante importiamo energia elettrica e nessuno che ne dia una spiegazione esauriente.

 


Anzi, si dà credito al teorema secondo cui i prezzi dell’elettricità in Italia sono i più alti d’Europa perché dipendiamo troppo dai combustibili fossili, mentre in paesi come la Francia (con alta produzione elettro-nucleare) l’energia costa meno (fig. 3.1). Anche su questo aspetto l’omissione di dati è sconcertante: in primo luogo occorre osservare che di per sé il nucleare non genera automaticamente tariffe più basse; infatti paesi come Spagna e Germania che di nucleare ne hanno appena il 15% e l’Austria che di nucleare non ne ha affatto, hanno tariffe elettriche del tutto simili alla Francia.

Fig. 3.2 - Prezzi medi elettricità 2008

Fonte: Eurostat


In secondo luogo bisognerebbe spiegare perché, se il costo di produzione dell’energia in Italia è così alto, si continuano a costruire centrali elettriche: oltre 20.000 MW negli ultimi sette anni e almeno altrettanti sono in fase di autorizzazione[4]. Forse che le imprese elettriche italiane sono fondazioni di beneficienza senza fini di lucro? I bilanci del settore ci dicono il contrario, e cioè che pur in presenza di alti costi di produzione e di una capacità di offerta enormemente superiore alla domanda, le società elettriche fanno fior di profitti, anche le più piccole; quindi o questa situazione è frutto di un miracolo, oppure siamo in presenza di un meccanismo truffaldino che ha le sue origini nella privatizzazione del settore elettrico e nella struttura del meccanismo tariffario vigente, il quale premia oltre misura gli operatori del settore nel valutare gli ammortamenti degli impianti, i costi dell’esercizio e manutenzione, e nell’aver introdotto tariffe binomie, Cip 6, oneri generali di sistema, certificati verdi, oneri nucleari ed altre voci[5] di costo che gravano tutte sui consumatori. Nel 1999 fu detto agli italiani che la privatizzazione del settore elettrico (che porta la firma di Bersani) avrebbe portato ad una riduzione delle tariffe grazie alla concorrenza, ma è successo esattamente il contrario e con l’introduzione del nucleare le tariffe aumenteranno ancora, non fosse altro perché il governo ha già introdotto con la legge 99/2009 un’agevolazione per l’energia prodotta da centrali nucleari (comma 4, art.25-L.99/09) che, al pari delle rinnovabili, ha la priorità nel dispacciamento, cioè nella vendita.

Del resto, con quei 20.000 MWw di potenza costruiti negli ultimi 7 anni (equivalenti a 12 centrali nucleari, che forse richiederebbero 40 anni per essere costruite) qualcuno ha visto diminuire gli importi delle bollette?[6]


3.4 - Perché importiamo energia elettrica


Quanto al capitolo importazioni di energia elettrica stupisce la credulità con cui si avalla ancora la leggenda per cui dobbiamo essere grati alla Francia che, avendo le centrali nucleari, ci consente di importare energia.  In realtà queste importazioni dall’estero (specie dalla Francia) sono iniziate in maniera massiccia circa 30 anni fa, mentre fino a quel momento gli scambi di energia tra l’Italia e gli altri paesi erano in sostanziale pareggio (vedi Fig. 3.2).

Fig. 3.3 - Import-export dell'energia elettrica in Italia

Fonte: Terna Spa


Era successo che alla fine degli anni ’70  l’EDF aveva messo in funzione un cospicuo numero di centrali nucleari che con la loro produzione superavano abbondantemente (per un certo numero di ore al giorno) la richiesta di energia interna. Questa situazione si è mantenuta nel tempo, tanto che ancora oggi con 63.000 MW di potenza nucleare installata la Francia ha un ingombrante surplus di produzione di energia dal momento che le centrali nucleari, a differenza di quelle termoelettriche, non possono modulare il carico per motivi intrinsecamente legati alla gestione del reattore e dunque generano energia anche quando non servirebbe e ciò è causa di squilibri e diseconomie (che saranno discusse in maggiore dettaglio nel Cap. 4). Oggi la Francia continua a svendere il suo surplus oltre che all’Italia e alla Germania, anche all’Inghilterra, salvo poi essere costretta a importare nelle ore di punta (a prezzi altissimi) energia termoelettrica perché con le nucleari non riesce a seguire i picchi di energia. L’esame comparato dei diagrammi di carico di Francia e Italia (Fig. 3.3) mostra che mentre in Italia il carico viene modulato con l’apporto di varie fonti (termica, idraulica ecc), in  Francia il solo contributo del nucleare, indicato con le due linee tratteggiate a  63.000 MW e 56.000 MW (nell’ipotesi che circa un 10% delle centrali possa essere fermo per manutenzione), supera per buona parte del giorno la richiesta di carico della rete elettrica francese (corrispondente all’area grigia tra la curva del diagramma di carico e le due linee orizzontali tratteggiate), di qui la necessità per la Francia di vendere anche sottocosto l’energia comunque prodotta, altrimenti dovrebbe fermare un certo numero di centrali nucleari con perdite economiche ancora maggiori.

Fig. 3.4 - Diagramma di carico nelle 24 ore per Francia e Italia


Il punto è che finché le importazioni di energia sotto costo (comunque criticabili sotto il profilo dell’autosufficienza del sistema elettrico) erano gestite in regime di servizio pubblico con tariffe uniche per tutto il territorio nazionale il beneficio era grossomodo ripartito tra tutti gli utenti: ma oggi che siamo in regime di libero mercato succede che quel 15% di energia importata e venduta in Italia sotto costo determina tariffe sensibilmente più basse (a parte l’utenza domestica che ha tariffe regolate) al Nord, mentre al Sud l’energia elettrica costa il 15-20% in più (con punte del 35% in Sicilia), riproponendo la situazione che c’era prima della nazionalizzazione dell’energia elettrica (1962), quando le tariffe elettriche non erano unificate e, per l’appunto, erano inferiori al Nord rispetto al resto del paese[7] (con buona pace di chi sostiene che il Sud pesa sul Nord!).


Questa situazione ha un’ulteriore conseguenza, in quanto crea uno stato di sudditanza delle regioni meridionali anche dal punto di vista dell’uso del territorio; infatti mentre il Nord (che ha il 50% della potenza installata in tutta Italia) grazie alle importazioni tiene fermi i suoi impianti limitandone l’usura e riducendo le emissioni inquinanti (il Veneto ha meno potenza installata che nel 1997, ma consuma il 30% di energia in più!), al Sud che ha solo il 23% della potenza installata, gli impianti girano a pieno ritmo e l’energia va verso altre regioni (vedi Fig. 3.4): la Calabria esporta il 78% dell’energia che produce e la Puglia l’86% senza alcun beneficio di ritorno, ma anzi tenendosi l’inquinamento e lo sconquasso territoriale, con la prospettiva (per ciò che riguarda la Puglia) di diventare il maggior produttore di energia «alternativa» di tutta Italia con una disseminazione forsennata di impianti eolici e fotovoltaici di dubbia efficacia, costruiti con regole approssimative e senza aver fissato costi e criteri per il loro smaltimento, avendo sempre il profitto economico come scopo principale.

Fig. 3.5 - Flussi di scambio dell'energia tra le regioni italiane e con l'estero

 

 

[1] Il nucleare per l'economia, l'ambiente e lo sviluppo,

Ambrosetti-ENEL-EDF, 5 settembre 2010, http://www.ambrosetti.eu/italian/news.php?idnews=187

[2] Fonte Terna, Dati generali settore elettrico 2008.

[3] L’ipotesi più accreditata è quella di generare il 25% di elettricità da fonte nucleare, risparmiando ¼ dei consumi energetici del settore elettrico (41,887 Mtep, vedi Tab.3.1) pari a 10,5 Mtep che rappresentano (con i dati 2008) circa il 5,4% dei consumi totali.

[4] L’inchiesta di Report su Rai3 del 28 novembre 2010, «Girano le pale», a cura di Alberto Nerazzini, www.report.rai.it, riportava che vi sono richieste di autorizzazioni per impianto di energie rinnovabili per ben 120.000 MW! Una vera mostruosità che, pur se tutti questi impianti ovviamente non verranno costruiti, dimostra le speculazioni economiche in tema di energia che le distorsioni del nostro sistema incoraggiano (senza contare le infiltrazioni della malavita!).

[5] Dall’inchiesta di Report: «Con la componente A2 [nella bolletta] per il nucleare ogni anno ci vengono prelevati 500 milioni di euro… Più di due miliardi che in soli tre anni abbiamo dato quasi esclusivamente all’ENEL, come rimborso del danno subìto dalla liberalizzazione. Ma poi ci sono delle furbate. Come quella nascosta nella componente del nucleare, milioni che il governo si prende a nostra insaputa. L’idea viene a Tremonti nel 2005, ma è piaciuta pure al successivo governo Prodi. Naturalmente i costi aggiuntivi li paghiamo con l’IVA del 10%». Eclatante, per non dire scandalosa, è la conferma che nell’inchiesta di Report veniva dal sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico, Stefano Saglia, che paghiamo alla Francia ben 500 milioni di Euro l’anno per l’energia che importiamo, con certificato verde di origine rinnovabile, mentre è sicuramente di fonte nucleare!

[6] Un’analisi accurata della composizione del prezzo della tariffa elettrica italiana richiederebbe un capitolo a sè data la complessità e la varietà dei fattori in gioco. Tuttavia non ci sentiamo di assecondare la vulgata secondo cui in Italia l’elettricità costa troppo a causa del mix di combustibili impiegato senza tener conto delle ripercussioni dovute alla privatizzazione del settore elettrico e alle modalità con cui è stata realizzata. Infatti:

 1. La preponderanza di combustibili fossili nel mix di generazione era ancora più incidente sotto la gestione pubblica del servizio elettrico, ma le tariffe finali non erano così dissimili da quelle degli altri paesi europei come è avvenuto dopo la privatizzazione.

 2. Le distorsioni introdotte nel 1991 nella composizione del prezzo della tariffa (come il Cip 6 a favore delle energie rinnovabili e assimilate) sono state aggravate dalla privatizzazione che vi ha aggiunto quelle relative al pagamento di voci quali: stranded costs, oneri nucleari, ricerca e sviluppo, perequazione tariffaria che durante la gestione pubblica erano inglobate nel prezzo base della tariffa.

 3. All’atto della privatizzazione il prezzo di vendita degli impianti ENEL ai privati è stato sottostimato (si dice per favorire gli investimenti, ma in realtà per fare cassa e ripianare il debito pubblico).

 4. È stato concepito un sistema di valutazione del costo di produzione e trasmissione largamente remunerativo che consente agli esercenti di esporre tassi di ammortamento degli impianti dell’ordine del 30% e un ritorno sui capitali investiti vicino al 20%. Tale sistema, invece di ribassare le tariffe al consumo le ha aumentate, facendo lievitare i costi operativi dichiarati per la produzione dal 54% del 2001 al 61% del 2010 (dati Autorità per l’energia elettrica e il gas).

 5. L’adozione di tariffe multi orarie (che remunerano sia la potenza resa disponibile che l’energia venduta) ha generato un mercato “drogato” dove anche l’impianto meno efficiente produce profitti pur con bassi periodi di funzionamento all’anno. Inoltre si sono sviluppati forti e insanabili squilibri territoriali: al Sud l’energia costa il 10-15% in più che al Nord, mentre in Sicilia costa fino al 30% in più che al Nord.

[7] Ormai anche formalmente (pur in presenza di una borsa unica del mercato dell’elettricità) l’Italia è divisa in tre macroaree elettriche (Nord, Centro e Sud oltre alle isole) dove l’energia elettrica è scambiata a prezzi diversi. Ciò aumenta il divario tra Nord e Sud per ciò che riguarda l’interesse ad investire in quanto, anche ipotizzando che il Sud possegga le stesse infrastrutture e trasporti del Nord (e così non è), il maggior costo dell’energia elettrica al Sud disincentiva gli investimenti, e ciò accade nell’indifferenza generale (e forse nella complicità) della classe politica.

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