Le bonifiche in Italia tra emergenza e logiche economiche

Le bonifiche in Italia tra emergenza socio-ambientale e logiche economiche

Di Marino Ruzzenenti

 

I siti industriali contaminati rappresentano una delle grandi rimozioni della contemporaneità all’insegna degli happies days renziani. Si tratta di una pesantissima eredità storica con cui non si vuole fare i conti, anzi si deve ignorare, ovvero la devastazione ambientale di un processo di violenta industrializzazione del Paese avvenuta concedendo al sistema delle imprese a titolo gratuito e senza alcun vincolo di tutela le risorse ambientali, suolo, acqua ed aria[1]. Questo “peccato originale” rappresenta una prima pesantissima eredità che si rivela oggi nella vastità e profondità della devastazione ambientale che, all’esaurirsi del secolo “termoindustriale”, abbiamo “scoperto” proprio in alcune delle aree più incantevoli della penisola e delle isole.

I numeri sono a questo proposito impressionanti.

Com’è noto, i Sin, ovvero i Siti di interesse nazionale, erano 57, per un territorio di circa 9.000 km2 che coinvolge circa 10 milioni di abitanti. Nel 2013 vennero ridotti a 39 con il declassamento di 18 a Sir, Siti di interesse regionale[2]. Un’operazione, compiuta da Corrado Clini, allora anche formalmente Ministro, che appare più un maldestro tentativo di ridimensionare il problema e di attenuare le responsabilità della pressoché totale e ultradecennale inazione governativa: insomma il classico “scarica barile”. 

Per una valutazione complessiva di quanto è stato, o meglio, non è stato fatto per le bonifiche dei Sin in 13 anni, a partire dal Dm 471/99, rimane ancora valido quanto ha sancito la Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, del 12 dicembre 2012:

“Il settore bonifiche, almeno fino ad oggi, è stato fallimentare [...] All'interno dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) (mega-siti contaminati) ricadono le più importanti aree industriali della penisola, tra cui: i petrolchimici di Porto Marghera, Brindisi, Priolo, Gela; le aree urbane ed industriali di Napoli Orientale, Trieste, Piombino, Taranto, La Spezia, Brescia, Mantova. […] All'esito dell'inchiesta della Commissione, il quadro risulta desolante non solo perché non sono state concluse le attività di bonifica, ma anche perché, in diversi casi, non è nota neanche la quantità e la qualità dell'inquinamento e questo non può che ritorcersi contro le popolazioni locali, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico. Come già evidenziato, nel nostro territorio i siti di interesse nazionale sono 57, coprono una superficie corrispondente a circa il 3 per cento del territorio italiano e, sebbene il riconoscimento quali Sin per taluni di essi sia avvenuto diversi anni fa (talvolta anche oltre dieci anni fa), i procedimenti finalizzati alla bonifica sono ben lontani dall'essere completati”[3].

Anche per i Sir la situazione non è confortante, se si escludono alcune Regioni come la Lombardia, il Trentino Alto Adige e l’Emilia Romagna, anche tenendo conto che le anagrafi sono lacunose e compiute con criteri disomogenei che ne rendono difficile la lettura comparata: comunque risulterebbero 15.122 i Siti di interesse regionale potenzialmente contaminati inseriti/inseribili, 6.132 i Sir potenzialmente contaminati accertati, 4.314 i Sir contaminati, 4.879 i Sir con interventi avviati, 3.011 i Sir bonificati.

E la situazione non è praticamente mutata nel 2013, nel quale si sono aggiunte soltanto alcune conferenze di servizio e ulteriori indagini di caratterizzazione[4].

Ma quel “peccato originale” ha avuto altre conseguenze negative. Con quella cultura, che aveva introiettato come ineluttabile lo scambio tra ambiente (quindi salute) e sviluppo (quindi occupazione, consumi…), non abbiamo ancora fatto i conti: vuoi per una colpevole carenza della ricerca storica al riguardo[5], vuoi perché ancora oggi è diffusa la convinzione che, di fronte all’arrancare affaticato della nostra economia, i vincoli ambientali possano rappresentare un peso insopportabile per “agganciare la crescita”, le deprecate pastoie burocratiche di cui disinvoltamente liberarsi.

Dunque, non si affronta il tema delle bonifiche, non dico come prioritario, ma neppure come problema, sia perché un po’ tutti ci sentiamo corresponsabili di quelle devastazioni, sia perché si ha il timore di sollevare un vespaio che andrebbe ad intralciare irrimediabilmente quella rincorsa alla “crescita” che da oltre un decennio disperatamente il Paese sta perseguendo. Da qui la colossale rimozione che impedisce di mettere all’ordine del giorno il problema, se non occasionalmente, laddove si impone mediaticamente, grazie ad iniziative coraggiose della magistratura (Ilva di Taranto) o a sollevazioni popolari (Terra dei fuochi).

Tuttavia l’Italia non può più permettersi di ignorare il problema, di abbandonare aree così estese del proprio territorio e milioni di cittadini al degrado ambientale ed a seri rischi per la salute umana. Sugli effetti sanitari delle nocività che incombono sui milioni di cittadini che abitano nei Sin lo studio Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) dell’Istituto superiore di sanità era giunto, già nel 2010, ad una prima preoccupante conclusione:

“Incrementi significativi dell'incidenza di tumori maligni a carico di numerose sedi sono stati messi in evidenza nell'insieme dei siti considerati, in entrambi i generi, nelle tre macroaree in esame (Nord, Centro, Sud e isole). Risultati coerenti nei due generi hanno in particolare riguardato i tumori di esofago, fegato, vie biliari, polmone, vescica e encefalo, oltre che i tumori totali”[6].

Dati allarmanti confermati dal secondo rapporto di Sentieri sulla mortalità nei Sin, del 2011:

“I risultati di Sentieri suggeriscono, per il complesso delle principali cause di morte e per entrambi i generi, una mortalità della popolazione residente in eccesso, relativamente a tutte le cause e a cause non tumorali (sistema circolatorio, apparato respiratorio, apparato digerente), presente anche dopo correzione per deprivazione socioeconomica”[7].

Anche il terzo rapporto di Sentieri, nonostante si focalizzi solo su 18 Sin, ribadisce il nesso tra esposizione agli inquinanti ed effetti sulla salute:

“Nelle situazioni per le quali si disponeva di maggiori informazioni sulle relazioni cause-effetto fra esposizioni ed effetti sulla salute, l’analisi della mortalità, dell’incidenza oncologica e dei ricoverati (anche sulla base della valutazione a priori dell’associazione della patologia con la tipologia di SIN) ha permesso di ricondurre gli eccessi di rischio a scenari d’esposizione a contaminanti ambientali verosimili sulla base della tipologia di sorgenti di emissione/rilascio presenti sul territorio, come riportato nel precedente paragrafo. Una prima osservazione è che in alcuni SIN lo studio Sentieri, seppur ecologico, fornisce dati sufficienti per non differire azioni di bonifica: è il caso dei SIN di Biancavilla e Brescia-Caffaro. Lo stesso vale per siti più complessi, come quello di Taranto, per i quali i risultati di Sentieri, precedenti e attuali, e la disponibilità di evidenze prodotte da altri studi epidemiologici, di monitoraggio ambientale e biologico, convergono nell’attribuire un ruolo di specifiche sorgenti di emissione/rilascio nello spiegare i profili di rischio osservati”[8].

Dunque vi sarebbero ragioni forti per por mano ad un Piano nazionale delle bonifiche: restituire a milioni di cittadini un territorio risanato, risorsa primaria per il ben vivere e per prevenire patologie croniche invalidanti, sofferenze, decessi.

Ma in questo ultimo decennio, i Governi hanno puntato esclusivamente sulla competitività manifatturiera sui mercati globali come leva per rilanciare una crescita effimera che, come un miraggio, continua in realtà a sfuggirci inesorabilmente. L’attuale ceto politico appare in Italia fondamentalmente unito (fatte salve lodevoli e minoritarie eccezioni) nel prospettare al Paese una direzione di marcia che ripropone esattamente il paradigma dello sviluppo sul modello del “boom economico”, di volta in volta anche esplicitamente evocato. Non si vuole accettare la realtà di condizioni storiche mutate, che rendono improponibile e irrealistica quella prospettiva. Quella crescita a due cifre fu possibile grazie innanzitutto ad un’illimitata (in apparenza) disponibilità di combustibili fossili a basso costo, grazie a materie prime ottenute a prezzi di rapina dai rapporti neocoloniali imposti dal primo mondo al terzo mondo, grazie ad un patto sociale che, in presenza di una torta del reddito nazionale in crescita tumultuosa, permetteva di ridistribuirne una parte anche ai lavoratori. Queste condizioni non ci sono più e non si ricostituiranno più. Ed intanto, in questo decennio, in attesa di una crescita inafferrabile, il territorio del Belpaese è stato abbandonato nelle totale incuria. La vera e duratura ricchezza dell’Italia veniva lasciata deperire in uno stato d’abbandono che oggi rappresenta il vero enorme fardello che lasciamo in eredità alle generazioni future. L’enfasi sul debito finanziario, di carta, da tutti ossessivamente sottolineato con toni allarmistici fa il paio con la rimozione pressoché totale del debito materiale, di sostanza, che lasciamo a chi dovrà vivere in un Paese che si ammala per i veleni depositati in tante aree da un’industrializzazione dissennata.

Dunque ciò che sembra necessario non è il “cambiare verso all’Italia” sulla via del miraggio della crescita, con cosiddette “riforme radicali” finalizzate ad oliare i meccanismi della mitica competitività, ma un’inversione di rotta di 180 gradi sulla strada della giustizia sociale e della cura del territorio.

Ma gli atti del Governo Renzi vanno nella direzione esattamente opposta: dalla “significativa” nomina di un commercialista (sic!) a Ministro dell’Ambiente, ai provvedimenti ancora una volta devastanti per l’ambiente titolati “Sblocca Italia” e “Crescita Italia”.

È evidente che, oggi, l’ostacolo maggiore a inserire nell’agenda politica il tema delle bonifiche sembra essere proprio questo pregiudizio ideologico: l’orizzonte della globalizzazione neoliberista, assunto come un dogma, inchioda l’Italia a concentrare le poche risorse disponibili, al netto del fardello del debito, nel rilancio della propria competitività manifatturiera sui mercati internazionali, nella speranza che da un incremento delle esportazioni venga la fuoriuscita dalla crisi. Eppure, la lezione della Grande crisi del ’29 dovrebbe suggerirci qualcosa: la stagione del New Deal si è caratterizzata innanzitutto per un ritorno al territorio, al suo valore strategico, sul piano culturale, sociale, ma anche economico. Del resto, la cura e le bonifiche del territorio hanno rappresentato per secoli le grandi e piccole opere che hanno permesso a tante generazioni di vivere dignitosamente: il prosciugamento delle zone paludose, l’innervamento di una capillare rete idrica per l’irrigazione delle zone aride, la sistemazione dei versanti montuosi per i coltivi… Ora sembra che il territorio non abbia più alcun valore, che possa essere del tutto trascurato e lasciato deperire, addirittura viene vissuto come un intralcio per il dispiegamento delle “grandi opere”. Eppure è solo dal territorio che può venire per la nostra economia e la nostra società un riscatto duraturo e su basi solide, perché non esposte all’alea della competitività globale. La risorsa territorio avrebbe le potenzialità per avviare quel processo indispensabile di “de-globalizzazione”, capace di correggere le macroscopiche storture del sistema attuale (spreco di risorse, aumento delle disuguaglianze, crisi ecologica). E nel contempo ci aiuterebbe a comprendere che l’ambiente e la salute hanno un valore in sé, il solo che giustifica l’urgenza delle bonifiche.

Per quanto riguarda la macchina burocratica, un prerequisito perché possa essere efficace l’azione pubblica in questo campo, così complesso e delicato, è un’eccellente attività di controllo preventivo e di monitoraggio ambientale e sanitario. Questi compiti oggi sono assegnati alle Agenzie regionali per l’ambiente e alle Aziende sanitarie locali, che, in questo settore, svolgono un ruolo molto delicato e importante, assimilabile per molti versi a quello della Magistratura, alla quale peraltro molto spesso fanno da supporto. Dunque ad esse è richiesta assoluta indipendenza nei confronti delle imprese private o pubbliche, ma anche nei confronti degli eventuali “padrini” politici delle stesse. Ebbene, i vertici di queste istituzioni sono di fatto di nomina politica, spesso brutalmente “lottizzati”, quindi sottoposti alle pressioni del potere politico. Il conflitto di interessi è scandaloso e inaccettabile. Da oltre un decennio si discute della riforma delle Agenzie ambientali e un progetto di legge unificato che cerca di affrontare il riassetto delle Arpa, emancipandole dalle logiche lottizzatrici, è ora in discussione in parlamento, con l’auspicio che anch’esso sia destinato a “correre” come vorrebbe l’attuale spirito del tempo[9]. Per quanto riguarda le Asl, invece, l’argomento sembra tabù, poiché qui si tocca forse il settore più corposo, la sanità, dell’invadenza della politica a livello regionale, con un interessamento perfettamente trasversale. Eppure, in un Paese normale, dovrebbe essere perfino scontato che le nomine dirigenziali di Arpa ed Asl vengano sottratte alla politica, introducendo procedure concorsuali interne, basate su titoli e competenze accertabili, tali da assicurare indipendenza e terzietà a questi ruoli tanto importanti per il corretto funzionamento di istituzioni che devono essere al servizio del bene comune e non di interessi privati o di parte.

In conclusione, è ancora tutto da costruire un Piano nazionale delle bonifiche capace in tempi certi di restituire ai cittadini porzioni importanti del territorio, finalmente risanate e di nuovo fruibili, realizzando al contempo due risultati virtuosi: tutela della salute dei cittadini attraverso la prevenzione di patologie connesse alle sostanze inquinanti e valorizzazione di un bene comune prezioso e scarso, il territorio.

Tra l’altro, le bonifiche potrebbero rappresentare un investimento strategico anche redditizio, come dimostra esemplarmente lo studio per il sito di Augusta-Priolo e di Gela: qui la bonifica integrale delle aree industriali inquinate potrebbe evita­re la morte prematura di 47 persone in media ogni anno, il ricovero ospedaliero di 281 am­malati di cancro e di 2.702 persone per tutte le cause, con un enorme vantaggio economico, stimato, in 30 anni, in un risparmio di oltre 10 miliardi di euro, 3,6 miliardi a Priolo e 6,6 miliardi a Gela[10].

Il Piano nazionale sarebbe necessario anche per definire le priorità di intervento sulla base di criteri il più possibile oggettivi e condivisi, sottratti alle convenienze del mercato e delle imprese private, ma basati innanzitutto sulla gravità dell’inquinamento delle matrici ambientali e dei pericoli sanitari per la popolazione esposta.

Tuttavia, di fronte all’immobilismo dei governi, i territori si stanno organizzando dal basso per ottenere finalmente un Piano nazionale per le bonifiche. Si è costituita a Mantova, il 25 settembre 2013 la Rete dei Comuni Sin[11]. I comitati e le associazioni presenti nei Sin e nei Sir hanno dato vita a Brescia il 14 ottobre 2013 al Coordinamento Nazionale dei Siti Contaminati[12]. Solo una forte e permanente mobilitazione dei territori può riaprire di fronte al Paese la grande sfida delle bonifiche.

Lo dimostra il caso della Terra dei fuochi, che merita di essere menzionato in conclusione per la sua esemplarità. Qui le istituzioni hanno paurosamente sbandato. Uno dei siti inquinati percepiti dall’opinione pubblica tra i più compromessi, come abbiamo già accennato, venne declassato a sito di interesse regionale[13]. Il messaggio era chiaro: occupatevene voi campani, perché il problema non è tale da meritare un’attenzione, e risorse, da parte dello Stato. Sennonché, grazie anche alla paziente e capillare azione di don Patricello ed altri militanti locali, questa volta la popolazione non ha subito passivamente. Il 24 luglio di quello stesso anno 2013 nasceva ad Aversa la Coalizione Stop al Biocidio[14] che avrebbe coordinato tutte le iniziative e il lavoro di associazioni, comitati e circoli della Campania impegnati sui temi delle bonifiche, della tutela della salute e della strategia rifiuti zero, preparando un “autunno caldo” ecologista che sarebbe sfociato, il 16 novembre, nell’elaborazione di un’importante piattaforma Fiume in piena, posta alla base della grande manifestazione del 29 novembre successivo a Casal di Principe[15].

A questo punto, di fronte alla rivolta popolare, ecco la mirabile capriola del Governo che, dopo aver scaricato sulla Regione il Sin della Terra dei fuochi, emana addirittura un Decreto legge[16] apposito che prevede una serie di interventi per quello stesso Sin poco prima “ripudiato”, con una dotazione finanziaria che nel biennio potrebbe raggiungere i 50 milioni di euro.

In esso, finalmente, si prevede, in particolare:

- la mappatura dei terreni per distinguere quelli che dovranno essere esclusi dalla produzione agricola ed essere successivamente bonificati;

- il rafforzamento dell’attività specifica di controllo, repressione e sequestro dove necessario;

- la pubblicazione sui siti web degli enti istituzionali competenti e in tempo reale di tutti i dati che fanno riferimento all’attività di monitoraggio;

- l’incremento di screening sanitari specifici definiti dall’Iss di concerto con la Regione Campania utilizzando anche medici di medicina generale e le reti territoriali;

- l'utilizzo dei fondi, delle somme e dei beni mobili confiscati alla criminalità organizzata in Campania per finanziare i processi di bonifica;

- la definizione di un protocollo per contrastare il pericolo di infiltrazioni della malavita organizzata negli eventuali appalti che potranno essere realizzati per le bonifiche;

- l’impegno di un percorso legislativo che superi la pratica dei commissari straordinari per un rientro graduale nell'ordinarietà;

- strumenti di partecipazione per il coinvolgimento degli enti locali e dei cittadini per risolvere i problemi del territorio.

È indubbiamente un risultato significativo i cui effetti andranno valutati sul campo: si può solo dire che finalmente, dopo 15 anni di Piani e di chiacchiere, sembra si stia imboccando la strada giusta, anche se il percorso è ancora molto lungo. Per questo, fondamentale è che la cittadinanza attiva che si era messa in moto con efficacia nel 2013 riesca a mantenere alta la partecipazione e la consapevolezza popolare.

Brescia, 11 novembre 2015 



[1] P. P. Poggio, M. Ruzzenenti (a cura di), Il caso italiano: industria, chimica e ambiente, Fondazione Micheletti – Jaca Book, Milano 2012, pp. 1-35.

[2] Dm 11 gennaio 2013. In seguito al ricorso amministrativo delle istituzioni locali contro questo sciagurato decreto, il Sin di Colleferro è stato reinserito in quelli nazionali, per cui oggi sono 40.

[3] Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia, Roma 12 dicembre 2012, pp. 658-660.

[4] Ministero dell’Ambiente, Siti di interesse nazionale. Stato delle procedure di bonifica al 31 dicembre 2013, http://www.bonifiche.minambiente.it/contenuti%5CIter%5CPresentazione_2013.pdf.

[5] La difficoltà nel lavoro di ricerca storica su questa materia “scottante” è testimoniata da come si sia rivelato praticamente impossibile reperire risorse per un progetto di Atlante storico dei siti industriali inquinati, suggerito da Giorgio Nebbia per la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia. Cfr: http://www.industriaeambiente.it

[6] Sentieri. Valutazione dell’evidenza epidemiologica, “Epidemiologia & Prevenzione”, a. 34, n. 3, maggio-giugno 2010, supplemento 1.

[7] Sentieri. Analisi della mortalità, “Epidemiologia & Prevenzione”, a. 35, n. 5-6, settembre- dicembre 2011, supplemento 4.

[8] Sentieri. Mortalità, incidenza oncologica e ricoveri ospedalieri, “Epidemiologia & Prevenzione”, a. 38, n. 2, marzo-aprile 2014, supplemento 1.

[10] C. Guerriero, F. Bianchi, J. Cairns, L. Cori, Policies to clean up toxic industrial contaminated sites of Gela and  Priolo: a cost-benefit analysis,Environmental Health”, vol. 10, 2011.

[13] Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Decreto 11 gennaio 2013, cit.

[16] D.L. n. 136 del 10 dicembre 2013, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, L. n. 6 del 6 febbraio 2014. In realtà il Decreto in questione si occupa anche di un altro Sin “caldo” per la mobilitazione popolare e le iniziative della Magistratura, quello di Taranto.

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