Arroganza e sordità burocratica del potere TAV

Arroganza e sordità burocratica del potere TAV

 

     Torino - Reggia di Venaria, luglio 2011


Su l’Adige di domenica 4 marzo il direttore Pierangelo Giovanetti si esprime favorevolmente alla realizzazione della ferrovia ad alta velocità-capacità (leggi in fondo); sembra di presumere sia di quella prevista in Val Susa sia di quella in Trentino Alto Adige.

Se quanto accade in Val Susa potesse servire da lezione o da monito, sarebbe però utile e saggio, per non perdere un altro ventennio, sapere a che punto è il dibattito in Trentino Alto Adige dove sono ipotizzati poco meno di 200 km di gallerie per la ferrovia ad alta capacità Verona-Brennero.

 

La questione TAV in Val Susa andrebbe finalmente condotta dentro i binari della natura tecnica dell'opera su cui, invece, non si nota alcun contributo e apertura al ragionamento da parte dello Stato.

Non dovendo improvvisare o ribadire nulla di nuovo, riportiamo l’analisi sociale di Marco Revelli, l’intervista a Luca Mercalli (guarda il video), le “risultanze del controllo sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato… per la realizzazione del sistema “Alta velocità”” della Corte dei Conti (leggi tutto il documento) e la lettera del prof. Angelo Tartaglia (leggi qui) inviata al ministro Monti sulla - non ancora effettuata - analisi costi-benefici.

 

La Corte dei Conti sottolinea:

Quel che è più grave, queste operazioni pregiudicano l’equità intergenerazionale, caricando in modo sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali. Sotto questo profilo la vicenda in esame è considerata dalla Corte paradigmatica delle patologiche tendenze – della finanza pubblica – a scaricare sulle generazioni future oneri relativi ad investimenti, la cui eventuale utilità è beneficiata soltanto da chi li pone in essere, accrescendo il debito pubblico, in contrasto con i canoni comunitari.

 

Ed inoltre:

Viene rilevata, infine, l’esigenza di supportare con puntuali istruttorie ogni decisione in questo delicato settore, sia essa assunta in ambito societario, che legislativo o amministrativo. Le istruttorie non dovrebbero essere apodittiche o ripetitive di tessuti normativi criptici, ma caratterizzate da un preventivo studio delle alternative possibili, delle tecniche di valutazione adottate per le scelte effettuate, dei risultati attesi e dei possibili margini di scostamento.


Redazione Ecce Terra

Trento, 4 marzo 2012

 


Come se niente fosse

il manifesto – Marco Revelli, 28 febbraio 2012


La verità su quanto sta accadendo in Val di Susa, e sul suo significato generale, sta tutta in una quarantina di ore. Nel breve spazio che va dal sabato pomeriggio al lunedì mattina. Sabato, una valle intera - un popolo - molte decine di migliaia di persone, anziani, giovani, donne, bambini, contadini, operai, piccoli imprenditori, commercianti, "popolazione", riempiono le strade, i campi circostanti, le rotatorie e i borghi, per dire no al Tav. Pacificamente, con volti sorridenti e idee chiare in testa. Lunedì mattina - come se niente fosse - una colonna di uomini armati marcia, secondo programma, sull'area-simbolo di Clarea, sui terreni di proprietà comune risparmiati dal primo blitz del 27 giugno 2011 e diventati il simbolo della resistenza, per occuparli. Indifferenti a tutto, muovono per spianare la Baita che ha ospitato in questi mesi l'anima della valle, come se con le ruspe potessero cancellare le ragioni di tutti. In mezzo, un uomo che cade da un traliccio, folgorato, e solo per miracolo non perde la vita.


Non servono molti discorsi per cogliere l'intreccio di arroganza, di stupidità, di sordità burocratica e di sostanziale disinteresse per i fondamenti della democrazia che muove un potere insensibile a qualunque argomentazione razionale e a ogni criterio di prudenza. Persino a ogni calcolo di costi e benefici. Incapace di leggere i numeri (anche se composto da fior di professori di economia) come di ascoltare le voci dei territori (anche se sensibilissimo ai sussurri dei mercati globali). Chiuso in un'assolutistica fedeltà ai soli interessi dei forti e ai progetti (insensati) degli apparati tecnocratici, a tal punto da non soprassedere neppure una settimana, neppure un giorno, nell'esecuzione di una decisione con tutta evidenza improvvida.


Ho sempre cercato di resistere alla seduzione delle teorie "catastrofiche" che annunciano l'"azzeramento della democrazia" di fronte all'onnipotenza delle tecnocrazie trans-nazionali e all'impersonalità dei mercati. Mi sembravano una diagnosi paralizzante. E tuttavia è difficile non cogliere l'evidenza empirica della forbice sempre più larga - un abisso - che si va creando tra le pratiche autoreferenziali e burocraticamente formali delle istituzioni nazionali e continentali (di quella che con drammatica ironia si chiama "politica") e le domande sempre più esasperate di partecipazione (o anche solo di ascolto) che salgono dai territori. Tra la "democrazia dell'indifferenza" che domina in alto, e la "democrazia della partecipazione" che abita in basso.


Non si tratta solo della pressione repressiva, che d'altra parte in Val di Susa si è fatta soffocante, ai limiti della tollerabilità costituzionale e anche oltre. Si tratta di una cosa più complessa che riguarda il delicato rapporto tra rappresentanti e rappresentati, giunto davvero - per lo meno sul piano nazionale - al punto di rottura, forse irreversibile. Si tratta di quell'organo essenziale in ogni democrazia (e che manca in ogni dittatura) che è l'udito: la capacità di ascoltare le voci della società, dei suoi diversi "pezzi", e di dar loro il giusto peso, come condizione per mantenere "coeso" un Paese, ed evitare l'esodo delle sue parti vitali.

In assenza di quel canale uditivo, un Paese si "slega". Se ignorata troppo a lungo nelle sue ragioni vitali, una popolazione esce dal patto civile che determina il grado e la forma della legittimazione. L'immagine della Grecia è esemplare: un popolo, una nazione, una società condannata alla morte civile in nome di dogmi fideistici coltivati e celebrati nel cuore istituzionale d'Europa, sulla base di ricette rivelatesi mortali agli occhi di tutti, tranne che a quelli dei decisori istituzionali. Come esemplare è l'immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.


Se non riempiremo quell'abisso di senso e di silenzio, se non sapremo riportare a terra il luogo della decisione sul destino dei beni di tutti ora evaporata nell'alto dei cieli finanziari e tecnocratici - ricominciando in primo luogo ad "ascoltare" - quelle di Atene e di Chiomonte non saranno le sole tragedie a cui assisteremo.



«Chi ha ragione? Fuori i numeri»

il manifesto – Eleonora Martini, 3 marzo 2012


La comunità scientifica chiede al governo tecnico di confrontarsi sul piano della logica e non dogmatico.

Scienziati contro tecnici. Il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società di meteorologia «Basta con il dogma dell'opera "strategica". Il governo usi il metodo scientifico e si confronti con i nostri dati».


«Cosa aspetta il governo tecnico a riportare la questione della Tav Torino-Lione su un piano strettamente tecnico, appunto?». Il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società di meteorologia italiana, è tra i 360 ricercatori e docenti universitari di tutta Italia che il 9 febbraio scorso hanno inviato al premier Mario Monti una petizione per chiedere di confrontarsi su dati scientifici, numeri e bilanci in modo da valutare la necessità dell'opera da realizzare in Valsusa. Mercalli e gli studiosi (diventati ormai oltre un migliaio) chiedono una sola cosa: che i ministri tecnici per antonomasia prendano in mano questi numeri, questi studi, e dimostrino con i loro - se ne hanno - di avere ragione. Un confronto sul piano della logica, nulla di più. «Sarebbe l'unico modo razionale e corretto per capire cosa è vero, dirimere le varie posizioni, e disinnescare questa terribile contrapposizione, uscendo dal piano ideologico». I Professori però non hanno mai risposto ai loro colleghi professori.


Professor Mercalli, come cittadino che vive nella Val di Susa da molto tempo, come si sente in questo momento?

Quando vivevo a Torino, fino a quindici anni fa, ero del tutto indifferente alla costruzione della linea ad alta velocità nella valle. Poi ho cominciato, come tutti da queste parti, a documentarmi e ho maturato una posizione critica. Ora, mai come prima, sento un avvilimento totale come cittadino, come docente, come ricercatore e giornalista. Avvilito dalle dichiarazioni come quelle del ministro Cancellieri che vedo chiudersi nella critica esclusiva sulla questione di ordine pubblico, invece di confrontarsi sui fatti. Come ricercatori seguiamo un metodo scientifico che potrebbe non essere rifiutato a priori, basato su dati verificabili e trasparenti di cui dovremmo discuterne come si fa in un paese democratico, con una commissione ad hoc.


C'è già stato un osservatorio, come ha ricordato il governo.

Sì, ma era un osservatorio per la realizzazione della linea, una struttura che non contemplava il se ma solo il come. E invece le motivazioni non sono affatto chiare, rimangono ignote ai più, almeno sul piano della logica. Per esempio: la linea ferroviaria c'è già in Valdisusa ma è utilizzata solo per il 25% delle sue potenzialità...


... perché ha un percorso di montagna e quindi non reggerebbe carichi maggiori, o no?
E chi lo dice che è più vantag
gioso spostare un carico su un solo treno ad Alta velocità piuttosto che usare più treni che viaggiano su un'infrastruttura normale? Di fronte a un'opera che costa attorno ai 20 miliardi di euro, qualsiasi altra azione di miglioramento della linea storica è più vantaggiosa. Stiamo parlando di una linea internazionale a doppio binario dove già passa il Tgv che collega Milano con Parigi, via Torino e Lione. In quel tratto di un centinaio di chilometri circa dove si vorrebbe realizzare il tunnel, il Tgv va a 100 km orari e non ad alta velocità: nulla di drammatico.


Da esperto di climatologia, invece, quali sono i punti critici dell'opera?

Uno dei motivi pro Tav si fonda sull'assioma che il trasporto su rotaia di merci e passeggeri è in qualunque caso meno inquinante del trasporto su gomma.


Ma come, lei non è d'accordo?

Secondo gli studi di alcune università: California, Siena, Napoli e un istituto di ricerca svedese, i treni ad alta velocità con una così importante componente di tunnel richiedono una quantità di energia così imponente in fase di costruzione da vanificare ogni vantaggio del passaggio dalla gomma alle rotaie. Insomma è una cura peggiore del male. Allora la domanda che poniamo al governo è questa: possono dimostrare con dati e numeri che questi studi non sono veri? Che sia chiaro: io sono un abituale pendolare e so benissimo che il trasporto su rotaie fa bene all'ambiente, ma solo se si usano le infrastrutture "normali". E non la Tav nel tunnel, accoppiata altamente impattante.


Possibile che nessun ministro dell'Ambiente finora abbia considerato questi dati?

Invece di sentire solo la parola «strategico» con cui la politica continua a difendere quest'opera, vorrei vedere applicato il metodo scientifico. Vorremmo confrontarci con tecnici e scienziati su bilanci energetici, economici, ambientali e trasportistici. Vorremmo parlare di emissioni, di rocce, di necessità di trasporto. Ci sono esperti che hanno presentato studi e tabelle, come il professor Marco Ponti del Politecnico di Milano uno dei massimi esperti di economia del trasporto, o il prof. Sergio Ulgiati dell'università di Napoli, specialista di bilanci energetici, o come il prof. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino nonché membro dell'osservatorio governativo che ha prodotto dati sull'insostenibilità economica, ma nessuno lo ascolta.


Strano, per un governo tecnico...

Nell'era del metodo scientifico, dove tutto viene quantificato con numeri, grandezze fisiche, piani economici e di ammortamento, perfino sui malati e sui morti si fanno i conti, si pianifica e si calcola, e pure la nostra salute in ospedale non viene considerata «strategica» ma rigorosamente quantificata in euro, solo qui non si fanno cifre ma si ripete solo la parola «strategico».


La vostra non è, quindi, una posizione da «retrogradi valligiani» che rifiutano la modernità o un'opposizione da Nimby.

Ricordo che in questa valle - ormai ghettizzata - abita l'inventore dell'Mp3: non è una valle di montanari retrogradi ma di gente che si interroga sul futuro, su come lo Stato spende i soldi e sul modello delle grandi opere.

 

Ma solo una minoranza di cittadini è contraria, così almeno ci hanno spiegato.
Ma cosa vuol dire? I numeri non hanno mag
gioranza o minoranza. Galileo quando sosteneva la sua teoria era solo. Se uno mi dimostra con i numeri che io sono nel torto, va benissimo, sarò il primo ad inaugurare l'opera. Altrimenti non c'è maggioranza che tenga. Se i dati del governo possono smentire quelli oggi a disposizione della comunità scientifica, allora perché hanno paura di riaprire un tavolo tecnico e rimettere tutto in discussione? Ci si muove ormai solo su un piano dogmatico. C'è il dio Tav, e tutto il resto non esiste.



TAV e proteste

Non si può essere ostaggi del «no»

l’Adige - Pierangelo Giovanetti Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., 4 marzo 2012


Anche ieri a Roma giornalisti sono stati aggrediti da manifestanti no-Tav, che da mesi tengono la val di Susa - e adesso anche l'Italia intera - in ostaggio della protesta. La contestazione alla Lione-Torino, la ferrovia ad alta velocità fra la Francia e l'Italia, ha assunto ormai un volto violento, antidemocratico e intollerante, del tutto inaccettabile.

Nei giorni scorsi sono stati assaltati e aggrediti giornalisti del Corriere, e tutti hanno potuto vedere le provocazioni gratuite nei confronti delle forze dell'ordine. Da mesi vengono bloccate strade, ferrovie, servizi pubblici in scontri ormai quotidiani, registrando un'escalation di prepotenza senza precedenti se non nei tempi cupi degli anni di piombo e delle squadracce della stella a cinque punte.

Una democrazia deve garantire e tutelare la libertà d'opinione e anche il dissenso, purché si esprima in maniera pacifica e rispettosa degli altri. Ma non può ammettere la violenza. Né può consentire ad una minoranza, che nei mesi è diventata sempre più estremista e settaria, di imporsi sul resto del Paese, su decisioni prese da organismi democraticamente eletti, su un processo di valutazione e di deliberazione dell'opera condotto da governi (quello italiano e quello francese) democratici, suggellato dall'Unione europea che è un'istituzione democratica. Questo non può essere ammesso.


A monte del progetto vi sono ventun anni di discussioni.

Solo dal 2006 ad oggi ci sono state 182 riunioni e audizioni con la popolazione locale, i sindaci, le amministrazioni delle val di Susa, tutti i soggetti interessati all'opera. Sono stati costituiti dieci gruppi di lavoro, coinvolgendo 33 amministrazioni locali nella concertazione.

È stato modificato profondamente il progetto iniziale (da 20 miliardi di euro si è passati a 8,2, con minore impatto ambientale), venendo incontro alle indicazioni della popolazione e delle amministrazioni. È stato deciso lo stanziamento dei primi 20 milioni di compensazioni economiche per il territorio interessato dalla Tav, e altri stanziamenti seguiranno.


Nonostante questo, la protesta alla galleria ferroviaria non si è fermata, ma è diventata un «no» a prescindere. Un «no per il no». Finendo per caricare l'opera di un significato politico ricattatorio, irresponsabilmente alimentato da frange partitiche estremiste che tentano di lucrarne elettoralmente dei vantaggi, fino a giustificare minacce, blocchi stradali, soprusi sugli operai, intimidazioni alla parte di popolazione locale favorevole all'opera. Ciò non è consentito in uno Stato democratico.

Il dialogo e il confronto con i contrari va sempre garantito, e il più delle volte aiuta a migliorare le soluzioni finali. Ma poi queste vanno prese da chi ha la responsabilità di prenderle, e vanno rispettate. Altrimenti vige la dittatura della minoranza, quella del «No», assai più facile da portare avanti, perché basta semplicemente dire «no».


La tanto contestata Torino-Lione porterà a ridurre il numero dei camion in transito dalla val di Susa di 600.000 unità l'anno. Dimezzerà i tempi di percorrenza per i passeggeri: da Parigi a Milano in quattro ore invece di sette, da Torino a Chambery in 73 minuti invece di 152. A parità di trazione la portata delle merci si raddoppia, da 1.050 a 2.050 tonnellate per treno. Dei 57 chilometri del tunnel di base, solo 12,5 sono previsti in territorio italiano. Il resto è su territorio francese, dove non si è registrata nessuna delle contestazioni in atto da noi, e sono già state realizzate tre gallerie.

In Francia l'opera ha portato lavoro, e soprattutto lavoro alle imprese locali (l'86%), la valle ha beneficiato di ritorni economici importanti, gli enti locali sono stati tutto compensati con vantaggiosi indennizzi.

 

Ora, ragioni dei favorevoli e dei contrari vanno analizzate in profondità, e messe a confronto su un piano di costi e benefici. Ma poi si deve arrivare alla decisione. Non può essere che la discussione resti eterna. Tanto più che l'opera non coinvolge solo il nostro Paese, ma l'Europa intera, dalla Spagna alla Russia (corridoio 5, Barcellona-Kiev), ed è fondamentale per garantire lavoro e prospettive economiche ai Paesi dell'Europa meridionale, Italia in primis.

Non è più in gioco soltanto un'opera, ma la capacità di uno Paese di prendere decisioni per il suo futuro e la responsabilità di uno Stato di essere credibile, nei confronti degli altri Stati ma anche nei confronti dei suoi cittadini. Al di là delle urla di minoranze chiassose e violente.

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