Foradori, da 25 anni al femminile


Foto di H. Bornemann

 


Foradori, da 25 anni al femminile  

L’azienda è oggi guidata da Elisabetta ed è impegnata sul biodinamico

Trentino - Carlo Bridi, 29 agosto 2010     


MEZZOLOMBARDO. "Serve avere un percorso onesto e chiaro di produzione, che sia espressione autentica dell'azienda, poi il resto lo fa il mercato, la storia dell’azienda, l’immagine ed il territorio. C’è spazio per tutti, ma c’è bisogno di dare informazioni che corrispondano a verità. È questa la condizione fondamentale per fare uscire il comparto vino dalla palude”. Ad affermarlo è Elisabetta Foradori donna vignaiolo, che ormai da 25 anni porta avanti l’azienda di famiglia a Mezzolombardo. Dal 2004 Foradori ha scelto di dedicarsi al biodinamico.


Determinata, con idee chiare e grande professionalità, è la donna “vignaiolo” che da 25 anni è impegnata nella gestione della sua azienda viticola. Opera a Mezzolombardo, la patria del Teroldego che è diventato la bandiera della sua azienda (il 95% del prodotto aziendale è dato dal Teroldego). Quella della famiglia Foradori è una storia di tre generazioni di viticoltori che nel 1920 hanno comperato l’azienda, peraltro già avviata nel secolo precedente. Dopo il diploma a San Michele, nell’84, a 19 anni, Elisabetta si è impegnata subito in azienda.

Signora Foradori, come vede il Piano Pedron?

Non conoscendolo a fondo non voglio dare dei giudizi inappropriati, vedo invece un Trentino vitivinicolo sofferente, appesantito, che sta pagando pesantemente scelte sbagliate fatte in passato, quindi oggi è particolarmente difficile recuperare una situazione cosi pesante. A ciò si aggiungono altre cose come quelle successe recentemente che fanno male all’immagine del Trentino, anche a noi che da anni lavoriamo con tanta fatica e serietà. Per un’azienda che esporta il 50% del vino prodotto, che si confronta con il mondo, e non ha alle spalle una regione con un’immagine qualitativa è una fatica enorme, sono 25 anni che mi do da fare, ho avuto tante soddisfazioni, ma continuo a faticare perché dietro non ho niente.

Si spieghi meglio.

Da noi non c’è dinamismo, il Trentino non attrae, c’è un’immagine appesantita, offuscata, il 90 e più percento del prodotto è in mano a due soli poli. Questo porta a differenza dell’Alto Adige ad un appiattimento. Come Trentino rappresentiamo solo 1,4% del prodotto nazionale ma non abbiamo un’immagine.

Come valuta la situazione attuale e le prospettive?

Il mondo del vino è in una fase di grande cambiamento come tutti i settori, io lo sto vivendo dall’interno. Mi sono resa conto che qualcosa deve cambiare.

Come ha realizzato questo suo sogno?

Mi sono dovuta impegnare su strade alternative, all’inizio il diradamento del grappolo e l’invecchiamento in barrique, per portare questo vino ad uscire fuori dalla provincia. Questo mi ha portato ad avere un’azienda sana. Ma ciò non è stato sufficiente, il lavoro sulle selezioni massali, sulla biodiversità che avevo fatto prima mi stava dando dei frutti straordinari nel vigneto, ma doveva essere traghettato su una viticoltura più viva, più vera che potesse dare veramente l’espressione pura del mio impegno e del mio territorio.

Quindi nel 2004 la conversione all’agricoltura biodinamica?

Certo, è stata una scelta importante che ha comportato impegno, ma solo adesso stanno venendo fuori i risultati frutto della trasformazione di tutta l’azienda dalla pergola trentina al sistema di allevamento a guyot o filare speronato per fare dei vini di qualità.

Cos’è la qualità?

Tutti fanno dei vini senza difetti, ma per me la qualità del vino oggi è legata alla sua capacità di dare emozioni che vanno oltre la materia, che risvegliano anche energie primordiali buone che provengono dal vino.

La politica vitivinicola trentina paga l’impegno verso la qualità?

Direi di no nel senso che in Trentino c’è un’immagine sbagliata della qualità. Fino adesso il viticoltore ha lavorato ricevendo un’ottima remunerazione del proprio lavoro, ma su basi che non erano reali. Ora il viticoltore si trova a dover fare i conti con una realtà dura di mercato e quindi di remunerazione che va fortemente verso il basso.

Il progetto “I dolomitici” quando è nato con quali obiettivi?

È nato un anno fa su iniziativa di un gruppo di 11 viticoltori che lavorano su una base di stima, amicizia e fiducia, per scambiarsi informazione per avvicinare il vino che produciamo a quel modello di vino puro che esprima il carattere del viticoltore, frutto di un’agricoltura naturale.

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