«Il nostro è un vino senz’anima»

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«Il nostro è un vino senz’anima»  

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TRENTO. «Finché non si cambia l’anima degli agricoltori, non si possono fare vini che emozionino». Elisabetta Foradori non è di quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno. Non può farlo perché quel bicchiere - accusa - è pieno di un vino che ha perso il gusto e il carattere di un tempo, annacquati e banalizzati dalla produzione industriale spinta. Un gusto che va ritrovato, «partendo di nuovo dalla terra».

Elisabetta Foradori ha 45 anni ed è titolare della cantina omonima, con sede a Mezzolombardo. Produce 150 mila bottiglie l’anno, il 90% di teroldego. Il suo “Granato” ha ricevuto i Tre bicchieri del Gambero Rosso.


Foradori, sono stati premiati sette spumanti ma solo due vini, contro i 27 dell’Alto Adige. Come si spiega questo declino?

C’è un territorio che ha un grande potenziale per poter esprimere la sua identità, legata alle varietà presenti. Questo è stato completamente snobbato, mentre la politica vitivinicola è sempre corsa dietro al mercato. Ma da solo non basta.

Qual è il suo suggerimento?

C’è un grande lavoro di recupero viticolo da fare. Recupero della biodiversità innanzitutto, andata persa a causa dell’uso indiscriminato di cloni negli anni ’60 e ’70.

Un vino clonato è un vino standardizzato?

I cloni, assieme alle alte produzioni e alle tecniche industriali, hanno banalizzato il carattere di queste varietà rendendole noiose. Manca l’appoggio di San Michele, che ha puntato sul genoma della vite, ma questo a noi cosa interessa? Che torni a lavorare sul territorio, assieme a noi...

Che strada va percorsa?

C’è da riprendere in mano una viticoltura e si riparte da zero. Attenzione: il successo dello spumante è esso stesso un riflesso del mercato. Ci vuole cautela nel non allargarlo troppo, piantando solo nelle zone vocate.

In che modo il mercato ha danneggiato il prodotto?

Bisogna ripartire dalla terra, dagli uomini e dai viticoltori. Non riduciamo tutto ad un dato tecnico, ma restituiamo creatività e dignità all’atto agricolo. Io che esporto in 30 paesi, vedo che il nostro territorio è sconosciuto. E faccio sempre più fatica.

Cosa manca al Trentino?

Non c’è una forza che faccia da collante per questo territorio. Dove sono finiti tutti i soldi spesi? E per favore, iniziamo ad abbassare le rese: stiamo facendo un’agricoltura chimica che pompa i vigneti con i concimi e l’acqua. Serve più equilibrio.

Che responsabilità hanno gli agricoltori?

Finché non si cambia l’anima, non si possono fare vini che emozionino. È quello che pensiamo noi “Dolomitici”, un gruppo di liberi viticoltori trentini di cui faccio parte. Siamo in undici.

A quale filosofia deve ispirarsi la produzione?

Alla terra non manca niente: sono gli uomini che sbagliano. E ci troviamo in una situazione imbarazzante e difficile. Basta vedere quello che succede anche nella Cooperazione.

Perché si sente imbarazzata?

Imbarazzata e anche incazzata: sono un agricoltore e finora abbiamo fatto tutto da soli. Un esempio fra i tanti: lavoriamo in biodinamica e dobbiamo ancora ricevere i premi assegnati a livello europeo per il 2008 e il 2009. Io comunque sono contro le sovvenzioni: questa politica assistenziale perenne, assurda, guardi a che risultati ha portato.

L’agricoltore da solo cosa può fare?

Quando l’uomo è troppo grasso non pensa più. Quando ha fame, come la vite, si ingegna e partorisce idee di qualità. Inizia a pensare da solo, oppure trova la capacità di unirsi agli altri.

Che idea si è fatta della crisi di La Vis?

È il caso più eclatante ma penso che sia un intero sistema che è profondamente in crisi e andrebbe rivisto. Fare nuovi fusioni è l’ennesimo errore. Bisogna invece decentralizzare, aiutando i giovani che hanno voglia a crescere.

 

 

 

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